Home I lettori ci scrivono Voti? Non sono untori che appestano la scuola, la valutazione è necessaria

Voti? Non sono untori che appestano la scuola, la valutazione è necessaria

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Abolire i voti. Questo sembra essere un obiettivo fondamentale e imprescindibile per molti pedagoghi, che, più volte, non perdono occasione di ribadire, con forza, (sui ‘social’) l’inutilità del voto, peggio la sua ‘demoniaca’ pericolosità per la crescita del ragazzo. Un ostacolo, insomma, da rimuovere, un giudizio (il voto) che penalizza e perciò deve essere assolutamente cancellato (“Carthago delenda est”).

Ho già espresso (mi ripeto, proprio come i pedagoghi) il mio dissenso contro questa ‘crociata’ per me infondata.

Brevemente:

– Nella mia lunga carriera di docente, i voti non hanno mai rappresentato un giudizio (tanto meno sulla persona) né una cristallizzazione di valutazione. Se mai li ho considerati un modo per capire le debolezze e i punti di forza dei ragazzi, una sorta di monitoraggio per avere un quadro complessivo sui progressi o meno di ogni alunno e, in base a questo, agire di conseguenza.

– E’ necessario e ‘naturale’, indicare agli allievi il livello del loro percorso formativo. Lo possiamo fare con i voti (la cosa migliore, più semplice e immediata che tutti, checché ne pensino i pedagoghi, comprendono subito) oppure con commenti esplicativi o con griglie (indicatori e descrittori).

Certamente è possibile usare voti insieme a brevi commenti (chiamiamoli giudizi o giudizi sintetici), atti a chiarire meglio, al discente, le debolezze della sua prova. Alcuni parlano di valutazione o giudizio ‘narrativo’ e/o ‘descrittivo’. Comunque sia, una (qualsiasi e comprensibile) valutazione è doverosa e ineludibile.

– Infine esiste (cosa essenziale) il dialogo continuo all’interno della classe o tra il docente e un singolo alunno. In questo il docente può spiegare, a viva voce, il perché di una valutazione negativa o non troppo positiva (come forse s’aspettava l’allievo) e indicare, parimenti modi e metodi per colmare eventuali incertezze o migliorare risultati già, comunque, validi.

– Ancora più importante: la vita di classe (forse alcuni pedagoghi fingono di non accorgersene) è un continuo scambio di conoscenze (sempre ne rispetto dei luoghi) dove ognuno prende e dona.

E’ all’interno di tale dinamicità (una piccola comunità dialogante) che il docente matura, durante tutto l’anno (anche attraverso la ‘raccolta dati’ ufficiale e ufficiosa) un’idea, un’impressione, una valutazione (sempre col beneficio del dubbio) su ogni ragazzo da proporre al Consiglio di Classe.

Certo, esistono valutazioni ‘ufficiali’, ma queste costituiscono solo un elemento (indispensabile), non l’unico elemento, per arrivare a avere un’idea (mai precisa) sull’allievo. Molte volte, attraverso la correzione collettive dei compiti o situazioni comunicative semi-strutturate, si capisce molto di più sulle capacità, la maturità e la sensibilità scolastica degli allievi che non attraverso le classiche ‘verifiche’.

Ma non è finita. Il confronto tra i docenti, in sede di Consiglio (in realtà il confronto tra docenti sugli alunni inizia all’inizio dell’anno e finisce a giugno), può portare ogni insegnante a rivedere la sua proposta valutativa e la sua percezione (o convinzione, mai cristallizzata però, sempre ‘in itinere’) su ogni allievo.

– E poi, diciamola tutta, l’attenzione, a volte eccessiva, sulle fragilità dei ragazzi permette ai docenti di confrontarsi con psicologi o educatori ‘vari’ e di arrivare a definire, per alcuni allievi, piani personalizzati che li possano agevolare nell’apprendimento (senza però ‘svilire’ la loro preparazione).

La scuola di oggi (nel bene o nel male) cerca di non etichettare nessuno e di agire in modo tale che a tutti possano essere dati gli strumenti per progredire. Stare vicini (anche umanamente) agli alunni oggi è una priorità.

Questo però non significa regalare o far finta di vedere miglioramenti mai avvenuti. Non significa giustificare sempre gli alunni, soprattutto se poco volenterosi e, nonostante tutte le possibile strategie didattiche adottate, lontani dallo studio.

Anche perché i tempi di maturazione sono diversi per ogni ragazzo, occorre aspettarlo, certo. A volte occorre, per il suo bene, fargli ripetere un anno o indurlo (se i ‘talenti’ che possiede non coincidono con quelli richiesti dalla scuola scelta)a cambiare corso di studi. Non è un’infamia o una vergogna. Può capitare. Nessuna meraviglia. Non è innaturale.

In realtà, lo ammetto, son diventato assai cauto nel pronunciarmi sui giovani. Un ragazzo ora svogliato un giorno, magari, riuscirà a realizzarsi pienamente o, addirittura, a inventare qualcosa di eccezionale per il bene di tutta l’umanità (almeno così voglio credere).

Comunque pensare al ‘voto’ come ad un untore che appesta la scuola è sbagliato.

Le valutazioni (in qualunque forma) sono necessarie, certo non sufficienti, per arrivare, allo scrutinio finale, con una proposta di ‘voto’ meditata e, per quanto possibile, giusta.

Assurdo allora (mi è capitato di leggere anche questo) affermare che il ‘voto’ finale nasca da una semplice media dei voti presi (convinzione assolutamente sbagliate di alcuni ingenui pedagoghi che, probabilmente, non frequentano molto la scuola).

Il percorso per arrivare ad un ‘voto’ finale è ben più complesso.

Nessuno (o ben pochi) si attiene ad una semplice media dei voti (ho cercato di spiegarlo prima).

Anche perché ogni voto non è uguale. Il cinque o il sei di un alunno è diverso da quello di tutti gli altri. Ha un suo unico perché. Un suo volto, una una forza, una sua dimensione. Può essere il risultato di un sensibile progresso o di un esiguo impegno, può rappresentare un momento di crisi dell’allievo o la parziale uscita da una precedente crisi.

Potrei andare avanti, ma non voglio annoiare troppo. Certo è che per proporre un ‘voto’ di fine anno deve tenere presente molte variabili e, di solito, non è mai il semplice frutto di una operazione matematica (non uso la calcolatrice).

Quindi non si diano pensiero i pedagoghi. La scuola contempla l’insegnamento della matematica, ma non è matematica. Questo, mi perdonino, dovrebbero saperlo bene anche loro.

O no?

Andrea Ceriani