In questi giorni si sta parlando molto dell’ormai rinominata “banda della minicar”: si tratta di due ragazzi minorenni, di sedici e diciassette anni, che, a Roma, hanno seminato il panico, negli scorsi giorni, tra le strade di Roma a bordo di una minicar, investendo anche l’attore Davide Iacopini, al momento ricoverato in ospedale.
Come riporta Il Corriere della Sera, i due ragazzi sono stati trattenuti dalle forze dell’ordine: “Non volevamo fare male all’attore, non sapevamo nemmeno chi fosse. Era il compleanno di uno di noi e quella domenica sera abbiamo deciso di divertirci facendo qualcosa contro i passanti. Volevamo prenderli a bastonate”, ha detto uno di loro durante un interrogatorio.
L’amico del 17enne ha messo a verbale due episodi in particolare: “Il 4 ottobre guidava lui. Abbiamo iniziato a girare alle 21.30 fino all’una di notte: ho perso il berretto a Ponte Testaccio, è quello che lei ha sul tavolo. Ho urlato a un signore in bici per spaventarlo e lui ci ha rincorso, ma non è caduto e io ho perso il berretto”.
La sera successiva, ha aggiunto, “ci siamo affiancati a uno in monopattino: gli ho tolto la mano dal manubrio e il signore deve essere caduto. La scarpa l’ho persa non perché gli ho dato un calcio, poi sono tornato a prenderla. Ho aperto lo sportello per controllare se il signore fosse caduto e ho perso la scarpa. Perché l’abbiamo fatto? Per scherzo, per gioco, per divertimento. Ci stavamo annoiando”, hanno poi sottolineato insieme. I due, dopo quanto accaduto, hanno continuato a frequentare il liceo come se niente fosse.
Uno dei due ragazzi è figlio di un carabiniere. Ecco le parole della madre: “Non ci eravamo accorti di niente, siamo sconvolti. Vorremmo fare qualcosa per l’attore ferito, chiedere scusa”. A La Repubblica ha detto: “Mio figlio deve pagare ma non è un mostro. È un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social. Ho cresciuto lui e suo fratello affrontando difficoltà enormi, cercando di trasmettere loro dei valori. La mattina esco alle 5 per andare a lavorare, ma sono stata presente, li ho ripresi, ho combattuto contro i loro errori, anche quando sarebbe stato più semplice voltarmi dall’altra parte. Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo. Ma non accetto l’idea che l’errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro”.