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Caro Salvini, fare politica in classe vuol dire spingere gli alunni a pensare

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Siamo un gruppo di docenti della scuola pubblica statale, provenienti da varie regioni
italiane. Abbiamo condiviso il testo di questa lettera scritta da Enrico Galiano e la stiamo diffondendo in rete, fra le nostre colleghe e i nostri colleghi docenti, in quanto riteniamo necessario che, sul tema della libertà d’insegnamento, si sviluppi un grande dibattito nel Paese, che vada oltre i confini degli addetti ai lavori.

Il ruolo sociale della scuola e di chi ci lavora è fondamentale, a partire dal dettato
costituzionale, per la difesa e la piena attuazione della democrazia.
Per questo, ogni giorno, nelle aule dove siamo chiamati a svolgere il nostro compito di
educatrici ed educatori delle generazioni più giovani, terremo sempre presente il valore della libertà di pensiero e d’insegnamento, affinché le ragazze e i ragazzi italiani, non solo per nascita, imparino a comprendere e a riaffermare in tutti gli atti della loro vita questi valori.

Icotea

“Lettera a Salvini – di Enrico Galiano”

Caro Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”.

Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un
insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.

La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in
comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella,
sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero?

Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di
David Maria Turoldo è fare politica. Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e
parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di
foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano
sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica.

Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di
Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle
10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica.
Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.

Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei
ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è.

Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire
spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe”.

LEGGI LA LETTERA IN PDF

Vanda Fontana