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Didattica a distanza: come sono cambiati i punti di vista dei docenti in meno di un anno

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Da Francesco Rocchi, del Gruppo Condorcet, riceviamo questo contributo che volentieri pubblichiamo.

A novembre scorso il gruppo Condorcet-ripensare la scuola aveva avanzato una proposta: rimodulare il calendario scolastico. Pensavamo potesse essere utile ampliare i momenti di vacanza nei periodi di maggior forza della pandemia, in modo da non esaurire le energie di docenti e studenti, non dipendere troppo dalla didattica a distanza (DAD) e poter recuperare la pur sempre necessaria didattica in presenza a fine giugno.

La nostra idea, devo ammettere, è stata accolta con un’ostilità piuttosto compatta. E ora alla proposta di Draghi, peraltro assai vaga e comunque soltanto ventilata, viene riservata la stessa accoglienza.

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A novembre scorso ero molto stupito. Ora non lo sono più, ma nondimeno ho ancora difficoltà a sintonizzarmi con l’animus prevalente tra i docenti. Neanche questa sorta di distonia in realtà mi è poi nuova, perché in qualche modo l’avevo già provata proprio all’inizio del lockdown scolastico.

All’epoca il motivo del contendere era sempre la DAD, ma in chiave diversa. A marzo 2020, la DAD erano in pochi a vederla bene. Ricordo un’atmosfera di sfida da parte di alcuni, ma anche di grande titubanza e in qualche caso di resistenza. I dubbi erano tanti e tali che tutti i sindacati chiesero il ritiro della circolare 388 del 17/03 che regolava la DAD, esprimendo su di essa giudizi piuttosto tranchant. Il sindacato più netto sulla questione fu Unicobas, che arrivò a chiedere la chiusura delle scuole e le dimissioni di Max Bruschi, autore della nota.

Sinopoli, segretario FLC CGIL, a marzo scorso si esprimeva così:
Abbiamo più volte sottolineato come la formazione a distanza si riveli certo utile in alcune situazioni (ad es. lunghi ricoveri ospedalieri in isolamento), ma, se protratta, presenta dei rischi molto pericolosi, per l’idea di insegnamento che la FLC CGIL ha sempre difeso (la relazione educativa, la collettività, le opportunità) che ci inducono a ritenere opportuno, al di fuori – sia chiaro – della fase attuale, limitarne l’utilizzo ad una funzione complementare, integrativa della didattica in presenza. Inoltre sulla didattica a distanza girano interessi economici colossali contro i quali il Ministero dell’Istruzione non sembra affatto in grado di creare alcuna barriera.

In dichiarazioni del genere la primavera scorsa era facilissimo imbattersi. Una posizione  comprensibile, alla quale secondo me si poteva soltanto obiettare -se pure di obiezione si può parlare- che non avevamo alternative allo spenderci per trovare soluzioni efficaci ad un problema del tutto inedito. Non dico che bisognasse essere entusiasti (la situazione non induceva affatto all’entusiasmo), ma determinati a raccogliere la sfida sì.

La sfiducia dei docenti nella DAD da allora non è scemata. Ad ottobre uno studio della CGIL rivelava che il 76,6% dei docenti riteneva la DAD non all’altezza della didattica in presenza.
E con tutte le difficoltà che ci sono state, è difficile non concordare. Nel nuovo anno scolastico poi si sono aggiunte  le quarantene, le cattedre vuote e le difficoltà nei trasporti, determinando una situazione esplosiva.

E’ da queste considerazioni che è nata la proposta di Condorcet.
E siccome si tratta di considerazioni ampiamente condivise, il vibrante sdegno con cui è stata accolta è spiazzante. Che gli studenti e i docenti siano stanchi è un argomento serio, ma si possono trovare soluzioni.
E in realtà, non è neanche tanto questa l’obiezione che ci viene mossa. Quella principale è che il lavoro è stato svolto e quindi non c’è nulla da recuperare.
La mia difficoltà a questo punto è capire come possano stare insieme i giudizi sulla DAD che ho riportato sopra e la conclusione che, alla fine dei giochi, l’anno scolastico si sia chiuso tutto sommato normalmente.

A luglio scorso Antonio Vigilante, docente e pedagogo, rispondeva così all’articolo di una madre scontenta della DAD: “Nessuno vuole continuare con la didattica a distanza. Anche perché non è il nostro lavoro: abbiamo firmato un contratto per insegnare in aule fisiche, non come docenti a distanza“.
Adesso, a fronte della proposta Draghi, la posizione del medesimo Vigilante è questa: “Il bilancio è nel complesso tutt’altro che allarmante.

A me non è chiaro cosa sia intervenuto tra le due dichiarazioni, che  ho riportato soltanto perché la stessa sterzata la vedo un po’ ovunque (nelle dichiarazioni sindacali, di singoli docenti ai giornali, ecc.).
Quel che vedo, però, è anche che tra genitori e famiglie invece i sentimenti non sono cambiati.
Se si va a vedere in calce ai post di un blog che ha rilanciato la nostra proposta, l’esigenza di un recupero è molto sentita. C’è uno iato molto netto tra quel che sostengono gli insegnanti e come le famiglie hanno vissuto la DAD, come peraltro riportato anche da uno studio Invalsi appena uscito.
In realtà non è uno iato, è una voragine, anzi, “nebbia folta”. E mi preoccupa molto.