Attorno ai docenti di sostegno si muove un mondo spesso frainteso. C’è chi sceglie questo ruolo con convinzione, ma anche chi ci finisce per ripiego, spinto dalle graduatorie o da una cattedra che “almeno è vicina a casa”. E così, quello che dovrebbe essere un compito delicatissimo – accompagnare un alunno nel suo percorso di crescita e inclusione – rischia di diventare un incarico di serie B, vissuto con distacco o frustrazione. Il risultato? Una figura essenziale per la scuola viene svuotata del suo senso più profondo.
Eppure, anche chi nel sostegno crede davvero, spesso si trova a combattere da solo. I colleghi curricolari lo escludono, lo lasciano “gestire il suo alunno” come se non fosse parte della classe. Si parla tanto di inclusione, ma poi il primo a essere escluso è proprio il docente di sostegno. Si invoca la collaborazione, ma si pratica la separazione. Forse sarebbe ora di chiedersi: chi sta davvero includendo chi?
Questo è solo uno dei problemi maggiormente riscontrati da chi vive la scuola (e l’inclusione scolastica) ogni giorno: docenti, studenti, genitori. Ma il sostegno a scuola funziona? Cosa si dovrebbe cambiare?
La Tecnica della Scuola chiede ai suoi lettori, in prevalenza docenti: tra docenti di sostegno non specializzati, boom di alunni con disabilità certificata, troppa burocrazia e criticità di vario tipo la domanda nasce spontanea: si riesce concretamente a fare inclusione a scuola?
All’interno del sondaggio troverai le seguenti domande:
Qual è il tuo ruolo?
In quale luogo ti trovi attualmente?
Secondo te, a scuola, si riesce a fare davvero inclusione?
Quali sono i maggiori problemi relativi al sostegno a scuola a causa dei quali non si riesce a fare bene inclusione?