Home Estero “Ebola è malattia della povertà, nessun rischio di epidemia”

“Ebola è malattia della povertà, nessun rischio di epidemia”

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“Questa è la ventesima epidemia di ebola negli ultimi 20-25 anni: è la prima volta che dura così a lungo e che è così estesa, prima si era auto-estinta in molto meno tempo. Ebola, anche questa volta, si spegnerà perché è un virus suicida che uccide l’organismo che lo ospita in maniera molto veloce. La sua aggressività, il fatto che non passa inosservato, paradossalmente sono fatti positivi: ciò rende ebola molto diverso dall’Aids che dal punto di vista della potenzialità del contagio è enormemente più pericoloso. Nonostante siano stati fatti miracoli in termini di cure in Occidente ma anche in Africa, dell’Aids dovremo continuare ad occuparcene, non è finita qui”.

“Obiettivamente”, continua il prof Vella, “c’è poco interesse a studiare il virus e a sviluppare vaccini, anche perché non essendo endemico, non c’è il tempo materiale per testare i prodotti. Principalmente però la mancanza di interesse economico dipende dal fatto che si tratta di una malattia negletta, dimenticata e che riguarda, lo dico con grande rammarico, popolazioni che non fanno mercato. Lo stesso – se ci pensiamo – è successo anche per l’Aids la cui trasmissione dalle scimmie all’uomo era avvenuta già negli anni ‘30: l’Occidente si accorto di questa malattia solo con la morte di Freddie Mercury e si è spaventato, ha capito che non riguardava soltanto i neri d’Africa o, al limite, qualche omosessuale di San Francisco. Sull’Aids sono stati fatti miracoli negli ultimi anni, anche perché le cure sono state portate anche in Africa e dunque si è avuto un occhio al tema delle disuguaglianze: oggi si muore di Aids più a Washington che in Botswana”.

Di ebola però si continua a sapere poco nonostante sia esteso in ben tre Paesi in Africa, si pensa da un unico focolaio.

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Si sa che c’è un serbatoi in un certo tipo di pipistrelli e che il contagio da uomo a uomo non avviene per via aerea: chi si ammala deve venire a contatto con il sangue o con altri fluidi dell’ammalato e quindi si tratta di parenti o di personale sanitario.

“Il modo, in particolare la velocità con cui si manifesta la malattia rende molto difficile la messa a punto di farmaci che peraltro, in caso di malattie virali, sono comunque rari. In America stanno lavorando ad un vaccino, ma ad oggi il cocktail di medicine provate sui due missionari americani, che sembrano funzionare, sono biologici e non chimici”

“La verità”, spiega lo scienziato a Il Velino,  “è che ebola è tra quelle malattie di cui si dovrebbe occupare il pubblico. Soprattutto ebola ci ricorda che, come nel caso del global warming, occorre un approccio dello stesso segno in campo sanitario”.

“In un mondo sempre più connesso i problemi sono globali non ci si può permettersi il lusso di sentirsi al sicuro: occorre mettere in piedi sistemi di sorveglianza globali perché ci saranno altre epidemie, specie quelle che comportano il passaggio del virus dagli animali all’uomo. E anche su malattie ormai note occorre fare di più. Penso per esempio alla tubercolosi che a differenza di ebola ha un periodo di incubazione molto più lunga ed è un virus più furbo che si trasmette per mesi: esistono ceppi multi resistenti che necessitano di nuovi farmaci. Altro tema è senz’altro quello della resistenza agli antibiotici dopo l’uso spregiudicato che ne abbiamo fatto”.