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Educatori, giornalisti e sacerdoti, il dovere della complicità

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C’è un conflitto latente avvertito da chi, per professione, è chiamato a comunicare: educatori, giornalisti, politici, guide spirituali …
Fino a che punto rinunciare alle proprie idee per adeguarsi a quelle dei nostri interlocutori. Una cosa è certa. Chi comunica non può dire tutto ciò che pensa. Ma, per citare una massima famosa, attribuita ad Aristotele, deve piuttosto vagliare, soppesare ciò che dice. E’ bene che egli esterni ciò che è funzionale, in un dato momento, alla comprensione delle cose ed al benessere interiore. Deve, insomma, come un sarto, cucire l’abito su misura della persona. E, se la persona è gobba, non può non tenerne conto. Questa frase la disse un grande politico italiano, Giovanni Giolitti, e fu tacciato di trasformismo. Ma non è trasformismo. E’ duttilità, responsabilità sociale, coscienza del proprio compito, saggezza.

Ammettiamolo. C’è anche chi la pensa diversamente. Don Lorenzo Milani, ad esempio, era convinto che dire sempre ciò che gli altri vogliono sentirsi dire è da commerciante non da maestro. Il maestro, invece, è chiamato, per vocazione, a provocare, a rovesciare lo schema. Occorrerà, di volta in volta, valutare e chiedersi cosa è più opportuno. Secondo le regole della comunicazione, è sempre meglio, però, partire da ciò che ci unisce, per analizzare, solo dopo, i punti critici.

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In ogni caso, se chi comunica ha scelto di puntare su ciò che unifica, anziché su quanto divide, deve stare tranquillo. Non sta tradendo le sue convinzioni profonde. La mediazione culturale, come l’educazione, non sono un semplice atto intellettuale. Sono sempre una compromissione. Un comunicatore è credibile se si fa compagno di viaggio, se sceglie la pedagogia della vicinanza. Chi trasmette idee deve, in qualche modo, modificarsi, immedesimarsi con chi gli sta di fronte.

  Del resto, l’attitudine ad adattare il pensiero alla sensibilità dei nostri interlocutori, è facilitata dalla stessa complessità del reale, il quale non è né bianco né nero ma sempre in chiaroscuro ed, in ogni caso, multiprospettico, osservabile da diversi punti di vista. Ad esempio, di fronte ad una pagina di storia, non è necessario schierarsi sulla tesi A o sulla tesi B. Basta affrontare l’argomento servendosi di testi di diversa ispirazione ideologica, per provocare valutazioni opposte e sintesi critiche. Del resto, se ci riflettiamo, anche nella vita ordinaria, noi siamo costretti, per forza di cose, ad accettare le persone che frequentiamo e che amiamo, nella loro complessità, pure se non corrispondono ai nostri modelli ideali. Ed anche nelle persone più lontane dai nostri modi di vedere e di sentire, siamo costretti ad ammettere l’esistenza di verità incarnate, magari ‘deformi’ secondo il nostro punto di vista, ma sempre verità. Così come sono deformi le verità presenti nelle persone che la pensano come noi. Maritain le avrebbe chiamate verità menzognere e menzogne veritiere.

  La mediazione culturale, inoltre, non può prescindere da un’altra cosa. Dall’ottimismo. Chi comunica deve farsi intermediario tra il vecchio ed il nuovo. Non può pensare che i valori contemporanei siano solo espressione della superficialità di una generazione senza radici. Essi nascono da nuovi bisogni e possiedono una loro innegabile significatività. Gli insegnanti lo sanno. E’ impossibile dialogare con l’uomo d’oggi senza una lettura positiva del suo universo mentale.

  In conclusione, chi comunica deve porsi la domanda dei filosofi antichi: cosa c’è di accettabile, nell’altro, da cui partire per organizzare un discorso costruttivo e, solo dopo, mettere in luce i punti deboli della sua posizione? Lo slogan potrebbe essere questo: non puntare a rovesciare la tesi dell’interlocutore ma cerca invece di completarla. Infatti, in ogni comunicazione, c’è sempre un modo corretto ed un modo scorretto di procedere ed occorre individuarlo prima, per non leccarsi le ferite, dopo. Se parti dalla posizione dell’altro e la valorizzi, il tuo interlocutore si tranquillizza e si apre all’ascolto. Se invece cominci con una sventagliata di mitra, l’altro si chiude a riccio.

  L’uomo è fondamentalmente comunicazione. Se riesce a costruire correttamente il suo discorso, allora egli vive sereno. Questo è però troppo bello, ma non è facile. Ci riusciamo solo nei momenti di grazia. A meno che non siamo allenati. Penso a quelli che, nella conversazione, riescono a mantenere il controllo emozionale, restando sempre pacati, ottimisti, assertivi. Sono rari come mosche bianche e forse si sono sottoposti a tirocini. Quanto a me, devo, invece, accontentarmi dell’aforisma attribuito a Confucio: “Io indico la strada ma non l’ho percorsa”.   

Luciano Verdone