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Gli studenti non vogliono più fare interrogazioni e compiti: provocano stress e ansia, il 15 marzo in piazza

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Nessuno mi può giudicare”, cantava Caterina Caselli al Festival di Sanremo nel 1966: a distanza di 56 anni quel titolo potrebbe essere rispolverato per riassumere le contestazioni che gli studenti fanno ai loro docenti, che dal loro punto di vista si ostinano a valutarne le competenze procurando in questo modo stress e ansia.

La protesta

La rivendicazione non è solo una lamentela: martedì 15 marzo, alle 15, una rappresentanza di studenti si ritroverà a Roma davanti al ministero della Salute e ad alcune scuole e università di tutto il Paese, per chiedere maggiore attenzione alla loro salute psicologica. In particolare, sono previsti dei flash mob a Milano, Palermo, Genova e Padova.

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Luca Redolfi, coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti, ha dichiarato che “la scuola deve ripensarsi” al di là della pandemia: per il rappresentante dell’Uds, “il modello scolastico attuale provoca ansia e stress anche nelle situazioni di normalità. Del resto già i dati Ocse del 2017 già segnalavano la scuola italiana tra le più stressanti d’Europa”.

L’inchiesta

Per l’occasione, i giovani hanno creato il network studentesco denominato ‘Chiedimi Come Sto‘. L’iniziativa ha origine nel dicembre scorso, quando l’Unione degli Studenti ha svolto un’inchiesta su un campione di 3.651 studenti, dalla quale emerge che la valutazione scolastica è considerata una delle cause di stress e ansie principali a scuola: 9 studenti su 10 hanno infatti dichiarato di provare stress e/o ansia prima di verifiche scritte o orali.

Gli studenti dicono che arrivano alle verifiche con attacchi di panico e vomito: il 63% di studenti afferma di aver avuto questi effetti almeno una volta durante la propria carriera scolastica.

Per l’83% degli giovani che hanno partecipato al sondaggio, poi, una valutazione nei loro confronti, positiva o negativa che sia, è determinante ai fini dell’umore per il resto della giornata.

Le conseguenze delle valutazioni negative

Se poi le valutazioni vanno male, in otto casi su dieci i ragazzi hanno detto di sentirsi giudicati negativamente dopo aver presi voti bassi; ad uno studente su tre è accaduto che la valutazione negativa sia stata utilizzata come strumento punitivo per un comportamento avuto in classe.

Dall’inchiesta è emersa inoltre una scarsa attenzione dell’istituzione scolastica alla salute mentale delle studentesse e degli studenti: nell’83% dei casi non sarebbero mai state organizzate attività o momenti di consapevolizzazione sul tema del benessere psicologico.

I docenti non si preoccupano di noi

Solo un intervistato su tre ha detto che i propri docenti si preoccupano del loro benessere psicologico e che li mettono a proprio agio.

Mentre il supporto ai propri malesseri viene invece individuato nei propri compagni di classe da sei studenti su dieci.

È anche vero, però, che nella stragrande maggioranza dei casi (90%) i ragazzi hanno dichiarato che nella loro scuola è presente una psicologa o uno psicologo. Ma per quanto riguarda la frequenza in cui è presente la figura professionale la maggior parte dei rispondenti non ha saputo rispondere (65,6%): coloro che hanno detto che il servizio è presente tutti i giorni sono stati appena il 3,1%.

E molti hanno criticato l’obbligatorietà di farsi autorizzare dai genitori per accedere allo sportello psicologico che in molti casi blocca la volontà di rivolgersi ad un professionista.

Infine, solo il 12,5% dei giovani intervistati si sono rivolti allo sportello psicologico almeno una volta.

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