In pensione a 63 anni, pochi diranno sì: da restituire fino a 500 euro al mese per 20 anni

Si sta rivelando un anticipo a carissimo prezzo il sistema escogitato da Governo e sindacati per permettere di andare in pensione con 3 anni e 11 mesi d’anticipo.

Leggendo le simulazioni di Progetica, pubblicate da Repubblica, senza Ape un lavoratore nato nel 1954, quindi oggi 62enne, andrebbe in pensione a 66 anni e 11 con 1.297 euro. Nel caso, invece, usufruisse dell’anticipo massimo, durante i primi quattro anni scarsi percepirebbe 1.134 euro, ma al compimento dei 66 anni e 7 mesi scatterebbe la decurtazione relativa al prestito (66.744 euro da restituire in 20 anni) che corrisponde ad un ulteriore riduzione dell’assegno mensile di altri 300 euro: la pensione diverrebbe di appena 811 euro netti, non molto più alta di quella sociale.

A pesare negativamente sull’anticipo, figurano i minori mesi di contribuzione, gli interessi sul prestito da restituire, il coefficiente di trasformazione dei contributi in pensione più basso e i costi di stipula dell’assicurazione che scatterebbe in casi di premorienza del pensionato (in modo da non far pesare sugli eredi la somma rimasta sino al compimento dei 20 anni).

La differenza non è da poco. Anche La Repubblica si chiede: “conviene rinunciare a quasi 1.300 euro di pensione futura per lavorare quasi 4 anni in meno, ma poi avere per vent’anni (e dunque per sempre) un assegno di poco più di 800 euro? Tra l’altro, il 40% della rata andrà dritta a banche e assicurazioni che devono essere remunerate per il loro servizio”.

Il discorso cambia per chi ha oggi già 64 anni: potrà andare, una volta raggiunta l’età di pensionamento stabilita dalla legge Fornero, con 1.102 euro mensili netti, che corrispondono a circa 25mila euro complessivi da restituire. Considerando, però, che si tratta di appena 19 mesi di anticipo, la restituzione di quasi 200 euro al mese non è comunque da poco.

Dal Governo, per il momento si cerca di sminuire la portata di queste simulazioni. Anche se, si ammette che la decurtazione non sarà simbolica, ma sostanziale.

 

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Il costo dell’Ape volontaria “è più basso rispetto a quello che circola sui giornali, anche se significativo”, ha precisato il 29 settembre a Radio Anch’io il sottosegretario Tommaso Nannicini, che poche ore prima aveva chiuso l’accordo con i sindacati assieme al ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Alla domanda se la rata di ammortamento del prestito si attesterà intorno al 6% per ogni anno d’anticipo, così come circolato nei giorni scorsi, Nennicini ha risposto che quando la flessibilità in uscita è legata a una scelta personale e non a una necessità, avrà un costo.

Per chi opera nella scuola, quindi, non rimane che sperare nell’inclusione della platea dei beneficiari della deroga alla restituzione dei soldi, poiché lavoratori nell’ambito di una professione usurante: nella lista, i sindacati hanno inserito i docenti dell’infanzia, in qualche occasione si è parlato pure dei colleghi della primaria. Ora, però, si entra nel vivo delle decisioni: è arrivato il tempo di stabilire, nero su bianco, chi sta dentro e chi rimane fuori. A meno che non voglia pagare la rata ventennale.

In ogni caso, se le cose stanno così, se le ipotesi di restituzione a caro prezzo veranno confermate e i beneficiari della deroga per restituire il muto saranno pochi, dei 350 mila potenziali italiani interessati all’Anticipo pensionistico, riteniamo che non saranno molti quelli (tra i nati negli anni 1952, 1953 e 1954) che aderiranno alla proposta.

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Alessandro Giuliani

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