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Informare i bambini

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Dalle Torri Gemelle in poi è stato tutto un susseguirsi di eventi che ci hanno toccato fortemente come abitanti di questo pianeta, ci hanno coinvolto sul piano strettamente personale intimista di esseri del mondo. Più a distanza questi eventi ci hanno colpito toccando i ruoli che molti di noi coprono giornalmente e che ci vedono impegnati in un rapporto di cura, che è un prendersi cura dei bambini di cui siamo genitori o insegnanti o educatori, o caregiver.
Gli ultimi fatti , non solo quelli della scuola di Beslan, ma anche la divulgazione costante e puntuale delle scene di morte dei prigionieri di guerra, fanno ribaltare da un punto all’altro dello stivale, infinite discussioni su cosa fare di queste immagini, di queste frasi, delle didascalie che prepotentemente hanno invaso la serenità di pranzi e cene degli italiani, o la rumorosa e allegra compagnia di un gruppo di bambini in macchina mentre i genitori li accompagnano a scuola con un sottofondo di Tg urlati, nonostante l’alba stesse ancora sfumando all’orizzonte.
Cosa dire ai bambini? L’interrogativo ritorna.
Cosa non dire?
A prescindere dal buon senso e dalla sensibilità di ognuno di noi, che pone nella condizione di potere e sapere parlare di argomenti emotivamente intensi con facilità, in maniera elastica e non rigida, proponendo punti di vista e problematizzando, oltre questo dunque, possiamo veramente metterci la coscienza in pace dietro alla giustificazione che è giusto che i bambini sappiano quanto questo pianeta fa acqua?
Sarebbe giusto se i bambini fossero in grado di capire quanto gli diciamo o facciamo vedere.
Sarebbe giusto se i bambini fossero in grado di elaborare quelle informazioni o immagini e trasformarle in concetti, significati, senso.
Lo studio dei processi conoscitivi, già da alcuni anni, ha proposto una teorizzazione importante relativa alla capacità, da parte dei bambini, di distinguere la verità dalla finzione. Il gioco simbolico, quello funzionale prima, rappresentano processi di un ampio percorso che porta il bambino, dai 4 anni in poi, a costruire le proprie conoscenze attorno alla realtà e alla finzione. Prima dei 4 anni il bambino è estremamente concreto, pratico, tende al sincretismo, a confondere e fondere i diversi piani di ricezione, ce lo insegnava anche Piaget.
Dopo i 4 anni, lentamente comincia a comparire nel bambino una teoria della mente, una capacità di immaginare stati mentali negli altri, idee, pensieri quindi così come lentamente, il bambino comprende di avere pensieri, di vivere un’attività mentale che impara anche a modulare secondo le esigenze….impara a stare attento ad esempio, impara a cercare altre soluzioni quando un compito non gli riesce, impara che ha funzioni cognitive e con queste comincia a giocare, metacogniziona. Per fare questo però ha bisogno di un arco di tempo molto lungo durante il quale è la continua e precisa stimolazione, didattica ma anche quotidiana di vita, che sollecita la sua attenzione e la sua riflessione.
E’ una crescita complessiva ma graduale che pone il bambino nella condizione di comprendere quanto avviene attorno a lui e di distinguere i piani della realtà e della fantasia, della finzione. Un indice di questo stadio di maturazione è la capacità di comprendere messaggi ironici o di agire sentimenti come il sarcasmo che prescindono da fatti concreti e spostano l’attenzione sull’astratto, su ciò che non c’è. Per questa stessa ragione i bambini non possono comprendere i messaggi ironici che spesso insegnanti e genitori rivolgono loro convinti così di educarli. Se ad un bambino di 5/6/7 anni, o più piccolino, si dice "Bravo!" ironicamente perché ha rovesciato un bicchiere d’acqua il bambino lo prende per un complimento e il ceffone che probabilmente seguirà la volta successiva lo lascerà solo tremendamente disorientato oltre che ferito .
Ritornando al discorso sull’informazione ,se consideriamo quindi che, quando si parla di informare i bambini, ci stiamo riferendo soprattutto alla fascia d’età anche più scolarizzata, quella che usa di più la Tv, è chiaro che il dubbio sorge ed è forte. Siamo propri sicuri che i bambini possano essere informati? Che debbano sapere tutto? Che debbano sapere come va il mondo così si preparano?

O rischiamo piuttosto di traumatizzare bambini che diventano così altre vittime di questo mondo impazzito?

Ritengo scontato e condiviso che prima degli 8/9 anni mai i bambini andrebbero esposti alle immagini più crude e realistiche, da scartare l’idea poi di farli accedere ai siti web che pubblicano le esecuzioni, fondamentale vigilare su figli adolescenti e preadolescenti liberi di accedere ad internet. Queste indicazioni mi sembrano doverose.

Se proprio si viene presi dalla bramosia di informare si abbia cura di non generalizzare, di lavorare, ognuno con i propri bambini rispettandone l’unicità dei processi di crescita.
Cominciamo con una storia lievemente paurosa e vediamo come reagisce…osserviamo se si spaventa, se appare turbato dai normali fatti cruenti delle storie per bambini, aspettiamo che la notte ci renda merito del lavoro fatto, se il bambino dormirà sereno per alcune notti significa che quanto è stato proposto è stato "significato" e non subito e procediamo a piccoli passi senza estendere modelli validi per uno ad un intera classe o anche a dei fratelli, o ad un gruppetto di bambini che sono stati affidati ad un adulto all’interno di una qualche funzione educativa o di baby parking.

In classe , dove il lavoro esige una cura particolare, è necessario valutare le varie reazioni e vigilare soprattutto su chi, per timore di essere deriso o semplicemente additato , ostenta una indifferenza che non sta realmente esperendo.
Una osservazione che mi torna , comunque e che non scema neppure di fronte a queste precauzioni che voglio condividere con chi legge, è se la scuola o la società, in generale, speso attraverso la Tv, debbano arrogarsi questo diritto-dovere di informare i bambini, i giovani sugli estremismi dell’indole umana.
Siamo così sicuri che temi così personali, così delicati e manipolabili siano trattabili e da trattare in contesti allargati come quelli della scuola o della Tv?
La Tv si limita a trasmettere e facendolo in qualsiasi fascia oraria prende le sue precauzioni a volte, altre volte dimentica che piccoli spettatori stanno guardando un cartone e una edizione speciale invade lo schermo portando via d’un colpo i sorrisi e le amenità dei tanti eroi ed eroine dei cartoni. Non possiamo sperare in una programmazione serale dell’informazione, lo so bene…né le reti televisive possono telefonare nelle case dei cittadini ed avvisare di spegnere la Tv, sarebbe troppo.
D’altra parte però possiamo ragionevolmente riflettere sull’utilità o meno che sia la scuola a prendersi il compito di informare. L’inizio della scuola, in Italia, è stato segnato da lavori e lavoretti, canti e canzoncine per i bambini di Beslan…e i nostri bambini? Quelli che non sapevano nulla di quanto era successo? Quelli che avevano faticato la sera ad addormentarsi, con davanti agli occhi ancora immagini angosciose di sangue, di fughe, di lacrime e grida?
Chi li ha protetti? Siamo certi di avere fatto la cosa migliore ? Da quale punto di vista? Gli adulti hanno deciso che il primo giorno di scuola i bambini ricordassero gli altri bambini morti…ma ai bambini abbiamo veramente chiesto cosa avrebbero voluto il primo giorno di scuola?
Mi rimane a confortarmi, l’immagine sorridente di un bimbo davanti alla telecamera (durante una delle tante manifestazioni per i bambini di Beslan) felice di essere ripreso…un sorriso non ancora oscurato dalla consapevolezza della transitorietà che ci appartiene come genere o di quella del dolore che ci tocca. Ed è quella non consapevolezza che sostiene e alimenta la forza con cui i bambini affrontano l’enorme fatica del crescere, che è già un impresa senza tutte le sovrastrutture che noi adulti siamo stati capaci di imporre loro…dai vestiti con la griffe agli standard prestazionali che selezionano di continuo chi non rientra nella media .
Guardiamo i bambini, il loro sorriso, ma guardiamolo veramente e per un attimo forse e finalmente, non avremo più la minima idea di cosa è giusto o non è giusto perché il giusto si fa,si su un modello, su un riferimento universale che è il valore, ma anche di volta in volta, caso per caso, situazione per situazione…fuori dalle omologazioni che apparentemente ci fanno risparmiare tempo.

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