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La DaD ha fatto perdere il 30% di apprendimenti, ecco perché si torna in classe il 7 in piena pandemia [IL PUNTO]

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Il perdurare della pandemia e della didattica a distanza sta creando non pochi problemi agli studenti e al loro grado formazione, indipendentemente dall’efficienza dei sistemi in remoto e dall’impegno profuso dai docenti: il problema è evidente, soprattutto nei territori dove quest’anno le lezioni in presenza sono state ridotte, tanto che il governo ha deciso di forzare la mano, rispetto al Conte bis, riportando dal 7 aprile tutti in classe fino a 12 anni pure nelle zone rosse. Anche focus, rapporti e sondaggi confermano che la DaD perdurante sta aumentando le disuguaglianze negli apprendimenti.

La scuola Freud di Milano: molti impreparati

A questa conclusione sono giunti gli studiosi della scuola superiore Freud di Milano che hanno realizzato un focus dal quale risulta che il 66,8% dei ragazzi pensa che la preparazione raggiunta durante la DaD sia certamente inferiore a quella che avrebbero avuto andando a scuola, tant’è che il 34,8% ritiene di non avere una preparazione adeguata per affrontare il prossimo anno scolastico. E tanti studenti di quinta superiore temono anche per gli esiti dell’Esame di Stato che si svolgerà a giugno.

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Tra gli altri aspetti negativi, c’è anche un 33% che sostiene che si sono accentuati dal punto di vista emotivo i contrasti con i componenti familiari.

Il 76,8% degli studenti ha dichiarato che i compiti sono aumentati rispetto alle lezioni tradizionali. Fondamentale, per oltre il 90 % dei ragazzi, la funzionalità tecnica – interconnessione, tablet e cellulari – e il particolare impegno degli insegnanti nel rendere interessanti le lezioni pur in una situazione atipica.

Treu: sono emerse le criticità

Lo studio trova conferma in quelli istituzionali. Secondo Tiziano Treu, presidente del Cnel, la pandemia “ha avuto un effetto dirompente su tutti i servizi pubblici, sia a livello centrale che locale, accentuandone le criticità e facendo emergere la ‘fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni”.

Il Cnel lo ha scritto, qualche giorno fa, nella relazione 2020 inviata al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Amministrazioni pubbliche centrali e locali alle imprese e i cittadini.

“Si evince – ha detto Treu – come l’aumento della povertà e il peggioramento delle condizioni di vita degli italiani, certificato di recente dall’Istat, ma anche la bassa crescita dell’economia, siano connesse ai livelli e alla qualità dei servizi pubblici a cittadini e imprese e dipendano dai mancati investimenti dell’ultimo ventennio nei servizi sociali e nella sanità, innanzitutto, nella scuola e università, nelle infrastrutture e nella digitalizzazione e informatizzazione, dalla mancanza di una visione a lungo termine”.

Problemi di connessioni e di competenze

I mancati investimenti, in pratica, sono alla base delle connessioni internet difficoltose e delle competenze digitali ancora globalmente modeste. Una doppia condizione che ancora più aumentato il digital divide.

“La scuola e l’Università – ha scritto il Cnel – hanno retto bene all’emergenza sanitaria e, seppur tra mille difficoltà, hanno fatto il possibile per garantire la continuità didattica”.

Tuttavia, il perdurare della DaD avrebbe terribili conseguenze sul fronte della formazione. “Secondo uno studio commissionato dalla Banca Mondiale, la chiusura delle scuole potrebbe incrementare del 25% la quota di studenti quindicenni al di sotto del livello minimo di competenze“, evidenzia il rapporto.

A livello italiano, il Cnel ha calcolato che per “oltre 10,8 milioni tra bambini e studenti dal livello pre-primario all’università” si registra “una perdita di giorni/scuola pari a quasi un quarto di anno scolastico. La perdita di apprendimenti è stimata per gli studenti italiani in oltre il 30%. L’impatto del learning loss è stato a sua volta stimato in una perdita di PIL dell’1,5% annuo per il resto del secolo”.

“Il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni – emerge ancora dalla relazione – non ha un computer o un tablet a casa e la quota raggiunge quasi il 20% nel Mezzogiorno (470 mila ragazzi) (Istat). Le difficoltà tecnologiche sono dunque il primo ostacolo alla DaD (Censis)”.

£Sono altresì basse – conclude il Cnel – le competenze informatiche per due ragazzi 14-17enni su tre. Oltretutto, quattro minori su dieci vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo”.

I maestri di strada scrivono a Bianchi

Nei giorni scorsi, a rivendicare il ritorno alle lezioni in presenza erano stati anche i maestri di strada: Cesare Moreno, presidente dell’associazioneMaestri di Strada’, ha scritto al ministro dell’Istruzione, per opporsi alle restrizioni sull’apertura delle scuole imposte da governatori e sindaci.

Caro Ministro Patrizio Bianchi, non possiamo andare avanti così. La scuola non può subire passivamente le ordinanze di qualsiasi autorità tecnica o politica decida di chiuderla. Non è solo un servizio essenziale, è molto di più, è la fonte del pensiero delle giovani generazioni. La scuola a distanza è una scuola che si è ritirata dai corpi e non può essere testimone di verità”.

Moreno ha parlato di “paravento di ordinanze tecnico-scientifico-politiche. Abbiamo il compito di realtà di fornire consolazione e sostegno a milioni di giovani che stanno vivendo nell’incertezza e nella paura quando noi stessi viviamo quella incertezza e quella paura”.

Secondo i maestri di strada, “la misura più seria sarebbe stabilire che segue a distanza solo chi ne fa esplicita richiesta, solo chi per mille motivi si sente particolarmente esposto se viene a scuola”, mentre “a tutti gli altri occorre fornire rassicurazioni concrete e curare la comunicazione in un modo efficace e responsabile”.

L’indicazione dei maestri di strada, comunque, sembra essere stata accolta nell’ultimo decreto Covid che entrerà in vigore dal 7 aprile, attraverso il quale il governo ha messo il “bavaglio” ai governatori.

Gli psicologi: grande malessere

Chi si compiace per il ritorno a scuola fino a 12 anni è David Lazzari, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi: “Finalmente parole di chiarezza sulla scuola da parte del Governo. Draghi, Bianchi e Speranza hanno detto che la scuola deve essere una priorità”.

“Le indagini effettuate dal centro studi Cnop – ha continuato Lazzari – avevano mostrato le ricadute psicologiche negative di una scuola chiusa per troppo tempo e le criticità della Dad. Il bisogno di trovare un equilibrio tra protezione dal virus e salute psicologica. Ora dobbiamo aiutare i ragazzi dal punto di vista psicologico a superare il grande malessere che si è creato per impedire che si trasformi in disturbi più gravi e che influisca sulla qualità dello sviluppo”.

“L’assenza della scuola ha fatto capire la sua importanza, che non è solo nello studio e apprendimento ma è uno spazio educativo, di crescita psicologica e di preparazione alla vita. E l’apprendimento c’è quando ci sono le giuste condizioni psicorelazionali”, ha concluso Lazzari.

Fondazione Gimbe: non possiamo aprire altro

A compiacersi per il ritorno in classe generalizzato fino a 12 anni è anche Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe: parlando a su Radio Cusano Campus, anche lui si è detto “convinto che le scuole debbano essere le prime a riaprire e le ultime a chiudere”. E per farlo c’è “bisogno di un adeguato livello di sicurezza nelle scuole, compresa anche la questione trasporti”.

Oltre che essere consapevoli “consapevoli che se riapriamo le scuole non possiamo riaprire altro. In questo senso la decisione di aprire le scuole va di pari passo con la decisione di lasciare l’Italia in rosso ed arancione fino a fine aprile, altrimenti il sistema non regge”.

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