Home I lettori ci scrivono La non-scuola che il Premier chiama “La Buona Scuola”

La non-scuola che il Premier chiama “La Buona Scuola”

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Una non-consultazione che, con buona pace di molti, non otterrà lo stesso successo del non-compleanno di Alice in Wonderland. Anche se, in realtà, i presupposti c’erano tutti per essere un ottimo non-sondaggio sulla scuola italiana. Perché in un perfetto non-rapporto inerente la Buona Scuola è del tutto comprensibile che non si parli di programmi di insegnamento; che non si discuta dei nidi per l’infanzia; che non si abbia alcuna considerazione per il ruolo dei Consigli di Classe; che non si rammenti l’invadenza dell’Invalsi se non in una brevissima citazione – posta tra parentesi – a pag. 100; che non si parli di scatti di anzianità se non per auspicarne l’abolizione; che non si proponga alcunché rispetto al rapporto numerico di studenti per classe.

Insomma, come nella già citata favola Humpty Dumpty spiegava ad Alice la possibilità di ricevere doni “ingenetliaci” durante 364 giorni dell’anno, contro la possibilità di ricevere doni “genetliaci” in un giorno solo dell’anno; nel corso di questa non-consultazione, il nostro Humpty Dumpty ci ha spiegato come sia possibile disegnare in due mesi una scuola inesistente, cancellando o ignorando una scuola reale e palpitante che quotidianamente opera con risorse che, anno dopo anno, si riducono progressivamente.

Ed è proprio a proposito delle risorse economiche che il versatile premier offre un’interpretazione brillante, degna del miglior Cappellaio Matto, estraendo dal cilindro tutta una serie di termini anglosassoni che, altrettanto esplicitamente, offrono una completa visione prospettica di tutte le strategie di marketing aziendale… Peccato che queste modalità di finanziamento siano difficilmente applicabili all’universo-scuola!

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Ma nella Buona Scuola si può trovare molto altro, pur partendo dal presupposto cardine della non possibilità per lo Stato italiano di finanziare le attività delle scuole. E sì, su questo concetto vi è stata una chiarezza cristallina da parte del Buon Premier: le risorse statali non esistono per l’ampliamento dell’offerta formativa, nel senso che non potranno mai essere sufficienti a finanziare un piano organico di edilizia scolastica, figurarsi se ci si può permettere di pensare che quelle risorse possano essere finalizzate al miglioramento dell’azione didattica…

E allora che senso ha scrivere 136 pagine di parole senza senso inerenti la volontà di assumere tutti i docenti di cui la buona scuola ha bisogno se non si ha neanche una pallida idea della stabilizzazione dei precari storici della scuola vera?

Che senso ha scrivere 136 pagine di parole senza senso inerenti la necessità di ampliare al massimo l’utilizzo delle tecnologie nelle aule scolastiche se non si ha la minima consapevolezza delle enormi difficoltà che almeno il 50% delle scuole ha nell’utilizzo quotidiano del registro elettronico a causa della mancanza di idonee reti wi-fi? Che senso ha scrivere 136 pagine di parole senza senso inerenti la necessità della costituzione di un Registro Nazionale dei Docenti se, nella pratica quotidiana, i Dirigenti Scolastici non hanno ancora acquisito una vera autonomia gestionale? E poi, per molte altre categorie di professionisti esistono gli Albi!

Che senso ha scrivere 136 pagine di parole senza senso a proposito dell’apertur a serale delle scuole – al fine di avere un rapporto più stretto con il territorio – se non esistono neanche le risorse necessarie al normale funzionamento degli istituti scolastici in orario antimeridiano?

Insomma, La Buona Scuola si è rivelata uno sterile elenco di nonsense e questo non-rapporto sulla scuola ha colpevolmente ignorato ogni necessario confronto con le OO.SS. Si è trattato di uno sterile esercizio di fantasia degno del peggior Cappellaio Matto che la storia dell’istruzione in Italia abbia mai conosciuto! Ma ha avuto il pregio di invitare ciascuno di noi a riflettere sulla nostra scuola sulla vera scuola , quella scuola che uomini e donne di buona volontà agiscono quotidianamente con lo stesso entusiasmo con cui Lewis Carroll pensò alla sua Alice in Wonderland.