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La scuola italiana al tempo del Covid-19 e della didattica a distanza

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All’indomani dell’emanazione, da parte del Governo, delle misure restrittive per il contrasto all’epidemia da Covid-19, l’intera comunità educante si è trovata all’improvviso a dover riorganizzazione l’attività didattica reinventandosi nuove modalità di fare scuola.
Ben presto, da parte del MI abbiamo assistito ad un vorticoso succedersi di note, indicazioni, suggerimenti, nei quali, la frase maggiormente ricorrente era “didattica a distanza”.
Va detto che il novello stratagemma, non normato contrattualmente, si sta rivelando un’esperienza inedita quanto complicata per molti docenti nonché per gli alunni e le loro famiglie.  Tanti ragazzi stanno vivendo, assieme ai loro cari, questa vera e propria “guerra” epidemiologica con grande ansia e forte preoccupazione.
Né si può pensare che agiscano come se nulla stesse accadendo al di là delle pareti domestiche. Il susseguirsi compulsivo delle indicazioni da parte del MI ha dato seguito a fraintendimenti e interpretazioni non di rado fantasiose.
Sembrerebbe che a Viale Trastevere si trascuri il fatto che la Didattica a distanza è e deve essere solo uno strumento temporaneo, un mezzo straordinario per affrontare una situazione di emergenza, non il rimedio comodo e sicuro per validare un anno scolastico che resterà indelebile nella memoria di tutti gli operatori scolastici e degli studenti.
In questo contesto di grande incertezza, di seria preoccupazione, si inserisce l’Appello per la scuola pubblica , documento di posizione congiunta sulla cosiddetta DaD e sulla politica scolastica del MI, elaborato dalle  Ass. Naz. Per la scuola della Repubblica -Extra nos-Lavoratori Autoconvocati Scuola – Lip Scuola-Manifesto dei 500-Partigiani della scuola pubblica-Scuola bene comune.

Le succitate associazioni, nel sottolineare come ancor prima delle indicazioni ministeriali il corpo docente si sia attivato, con ogni mezzo, per testimoniare vicinanza agli studenti e alle famiglie ed assicurare, con grande senso del dovere, il diritto allo studio, denunciano come la DaD non possa determinare un apprendimento significativo, mancando del requisito fondamentale del rapporto umano, della “cura”, della relazione interpersonale che non può in alcun modo essere sostituita da un monitor .
“Abbiamo la netta percezione di quanto questi elementi umani ed umanistici diventino insostituibili per connotare il processo di insegnamento-apprendimento (…) E pertanto – non dovrebbe essercene bisogno – diffidiamo chi, esaltando le attuali drammatiche condizioni, volesse produrre accelerate miopi, ravvisando in dotazioni e pratiche tecnologicamente adottate stabilmente una prospettiva praticabile per il futuro”  affermano gli estensori dell’appello.

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Il timore espresso dai firmatari dell’appello è che dietro l’esaltazione della didattica a distanza si celi un vulnus ai valori fondanti della scuola della Repubblica che scaturiscono dalla Costituzione (artt.3, 9, 33 e 34)  da cui, invece, bisognerebbe ripartire.
Il digital divide che affligge i nostri studenti, inoltre,  mette in discussione diritti costituzionali inalienabili e allora, continuano i firmatari dell’appello “va detto chiaramente: l’esplosione di soluzioni, proposte, orari di lezione e lavoro, carichi dei compiti, il non controllo del quadro generale e delle possibilità di ‘frequenza’ degli alunni, della validità delle verifiche, dei voti, rappresenta in sé, oltre che un grosso problema per docenti e famiglie, un vettore di diseguaglianze che impediscono di garantire a tutti l’accesso all’istruzione e ai docenti l’esercizio della loro vera professione”.

Ne consegue, si continua, che ciò che si ritiene inaccettabile è che “in alto” il Ministero, con le sue note, si faccia promotore di queste diseguaglianze, quando ci si dovrebbe adoperare per contrastarle con ogni mezzo. E invece la lunga sequela di note e circolari ritenute irricevibili dai sindacati che ne hanno chiesto il ritiro (specialmente riguardo alla nota n.388 dello scorso 17 marzo a firma del dott. Bruschi) non ha fatto altro che alimentare tensione fra gli  operatori scolastici, proponendo , come un mantra, una necessaria modernizzazione come panacea ai mali della scuola e come prospettiva privilegiata di intervento.

In buona sostanza, l’appello denuncia una lontananza del ministero dalla realtà della scuola italiana, diversa e variegata per territorio , per infrastrutture, per dotazioni, per possibilità e mezzi delle famiglie, che non può essere circoscritta entro i confini di una pedagogia di Stato che lede la libertà di insegnamento e impoverisce chi la pratica ma soprattutto chi la riceve “evocando una trasformazione in chiave digitale della scuola, dell’università e del lavoro tutto, per spingere ancor più i processi di deregolamentazione e mercificazione della scuola, di promozione delle “competenze” al posto delle conoscenze”.

Concludendo, il documento invita ad una seria riflessione sui rischi di un processo che per anni lo stesso Ministero ha promosso, anche avvalendosi dell’autonomia di cui al DPR 275/99 cercando di inserire la tecnologia nella scuola non, come si dovrebbe, per realizzare al meglio l’art. 3 della Costituzione, ma per stravolgerlo e aprire un mercato scandaloso, per mettere in concorrenza le scuole, per svuotare il senso della conoscenza a favore della “competenza”, per differenziare i programmi, annullare il valore dei voti e dei titoli di studio.