Home I lettori ci scrivono La scuola italiana e la nemesi di Gentile

La scuola italiana e la nemesi di Gentile

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Sembra che la scuola italiana debba subire un oscuro contrappasso, o che debba pagare pegno a qualche esoso usuraio.

Da tempo quasi immemorabile è grasso che cola se il ministro in carica in viale Trastevere si limita a sbrigare l’ ordinaria amministrazione, a tagliare qualche nastro e a fare qualche dichiarazione a lume di buon senso. A limitarsi, insomma, a non fare danni.

Ma pochi sono coloro che si accontentano di vegetare nobilmente nell’ ombra, che resistono tentazione di lasciare un segno nella Storia. E così c’è quello che vuole fare la riforma, quello che vuole la riforma della riforma, quello che vuole la riforma della riforma della riforma.

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Ma in fondo da vent’anni a questa parte  è sempre la solita minestra ad essere servita: prendi un tanto di didattica di marca angloamericana,  aggiungi aziendalismo quanto basta,  recupera in fondo alla credenza rimasugli di  sessantottismo, condisci con abbondante burocrazia, guarnisci con  dirigente scolastico dal piglio manageresco che tratta gli insegnanti come valét de chambre, e la minestra è servita.

Di nuovo, in viale Trastevere, c’è però una certa tendenza al pittoresco, che ha preso corpo con la ministra Fedeli ma si va perfezionando con l’ attuale reggente del dicastero, un vero maestro nel genere.

L’idea di tassare le merendine confezionate è stato solo il primo squillo di tromba, ed è appena il caso di farvi cenno. La benedizione impartita ai giovani climatologi autori della più grande bigiata di massa della storia italiana ci riporta invece a quegli “anni formidabili” nei quali si teorizzava la fantasia al potere. Ora quella fantasia si è materializzata, ma che gusto c’è a fare la rivoluzione alleati coi padroni?

Singolare (non ci piacciono le parole forti) anche l’dea di sostituire i Crocefissi nelle classi con le cartine geografiche del globo terracqueo. Non, quindi, per insegnare la geografia  – quella nessuno la studia più –  ma come simbolo para-religioso della globalizzazione: a ciascuno la propria fede.

Anche le esternazioni recentissime sulla pericolosità dello studio della Storia appaiono … rimarchevoli. Il ministro raccomanda di non soffermarsi troppo sulle battaglie in quanto fomentatrici di violenza presso le menti acerbe, piuttosto di farlo su conquiste della civiltà come – cita il Nostro – il Codice Napoleonico. Insomma vorrebbe un insegnamento della Storia che espungesse il conflitto, una Storia edulcorata, una Storia ad usum delphini, una sequenza di tante conferenze della pace, di tanti trattati di Schengen. Infine, una Storia piena di pagine bianche. Del resto ben si comprende la sua preoccupazione: conoscere il passato comporta il fare dei paragoni, e i paragoni sono sempre odiosi.

Tornando al contrappasso, anzi alla nemesi, ricordiamo che sullo scranno sul quale oggi posa il ministro Fioramonti sedettero quel dì Francesco De Sanctis, Pasquale Villari, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Giuseppe Bottai, Carlo Alberto Biggini, e dopo la guerra Gonella, Segni, Moro, Spadolini, Valitutti, De Mauro. Uomini di sentimenti diversi, ma di grande, spesso enorme cultura, alcuni dei quali crearono correnti filosofiche, scuole di pensiero. E sgomenti non possiamo non chiederci: che cosa abbiamo fatto di male?

Alfonso Indelicato