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Legge di stabilità: cosa bolle in pentola per la scuola?

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L’obiettivo preminente della legge di stabilità 2014, che la prossima settimana dovrebbe cominciare il suo iter parlamentare, è quello del taglio del cuneo fiscale ma più in generale della riduzione delle tasse sul lavoro. Il governo Letta si propone di dare più soldi in busta paga anche ai lavoratori oltre che alle imprese. Un altro provvedimento, che viene reclamizzato dagli esponenti politici che rappresentano il Governo, sarà quello dell’introduzione della service tax, la nuova tassa sugli immobili che sostituirà, secondo il paradigma pubblicitario prendo due e pago uno, l’Imu e la Tares facendo risparmiare ai contribuenti circa 2 miliardi tra le tasse della prima casa e la raccolta dei rifiuti solidi urbani.
Tra gli altri provvedimenti che farebbero risparmiare soldi agli italiani ci sarebbe anche il taglio di ulteriori 2 miliardi di euro, con la soppressione di alcuni ticket sanitari.
Invece cosa è previsto sul fronte delle entrate e della riduzione della spesa pubblica? Tra le righe della legge di stabilità quali sorprese ci potrebbero essere per il settore della scuola? Su questi interrogativi, il governo è abbottonatissimo e non fa trapelare nulla. Tra i 10 e i 16 miliardi, cioè una cosa come un punto del prodotto interno lordo, dovrebbe essere la cifra destinata alle entrate.
Per evitare i soliti tagli lineari, incapaci di selezionare le spese buone da quelle futili è stato nominato, in qualità di commissario della spending review Carlo Cottarelli, che si è espresso favorevolmente sull’evitare tagli di spesa per le infrastrutture, la scuola, l’università, la formazione professionale. Eppure siamo certi che, tra le righe della legge di stabilità 2014, qualche sorpresa sul settore scuola, capace di spiazzarci, ci sarà.
Quali potrebbero essere allora queste sorprese? Come annunciato nel documento di economia e finanza, atto prodromico della legge di stabilità, si chiede l’abolizione degli scatti di anzianità, sostituendoli con l’introduzione di un sistema di valutazione delle prestazioni professionali collegato a una progressione di carriera.
In buona sostanza si tratta di un nuovo tentativo di premiare solo una parte minoritaria del corpo docente, eliminando definitivamente la progressione di carriera secondo l’anzianità del servizio.
Un’altra sorpresa, sempre legata a questo specifico argomento, potrebbe essere quella di imporre ai docenti più meritevoli, e quindi premiati con un maggior stipendio, di lavorare più ore rispetto all’attuale orario di servizio settimanale. In buona sostanza: sei più bravo? Vieni pagato di più? Allora devi lavorare di più. A prescindere dall’entrare nel merito, se sia giusta o meno l’abolizione degli aumenti stipendiali a tutti e per anzianità di servizio, e se sia condivisibile o meno la contestuale introduzione di un sistema meritocratico della progressione di carriera dei docenti, rimane il forte dubbio che queste tematiche siano primariamente materia contrattuale.
Il sistema di retribuzione dei docenti, la loro progressione di carriera, l’orario di servizio, dovrebbero essere materie di riflessione e condivisione con i sindacati, che, se non interpellati su questi temi, non avrebbero più motivo di esistere e diventerebbero, così facendo, soltanto un costo, magari da tagliare, per l’intera collettività.