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Lotta alla mafia e cultura della legalità a scuola. Ma una scuola libera e autonoma

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La mafia è una organizzazione antistato che attira sempre nuovi adepti perché è ritenuta più efficace dello Stato; diventa, pertanto, compito della scuola, luogo in cui avviene la formazione dei cittadini, rovesciare questo processo perverso, formando i giovani alla cultura dello Stato e delle Istituzioni, esattamente come diceva il giudice Paolo Borsellino.

Non è, infatti, un caso che, in Italia, l’educazione alla legalità sia stata introdotta come tema di studio nelle scuole proprio a seguito delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, delle bombe di Milano, Firenze, Roma, eventi tragici che sconvolsero il Paese e che resero forte la percezione di una minaccia al sistema democratico.

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In quei drammatici frangenti fu avvertita pienamente l’esigenza di dare nuovo impulso alla promozione della cultura democratica, come strumento per contrastare le associazioni mafiose. Conseguentemente fu introdotta dal Ministero della Pubblica Istruzione, con la circolare n. 302 del 25 ottobre 1993, l’Educazione alla Legalità, al fine di valorizzare il ruolo della scuola per il bene della comunità civile, mediante iniziative per valorizzare la memoria storica, la conoscenza dei principi di legalità, dei diritti umani, della Costituzione Italiana.

E’ chiaro che il 23 Maggio, come tutte le altre ricorrenze del nostro calendario civile, assume un vero significato solo se il ricordo determina un cambiamento di rotta nelle nostre vite e nel nostro modo di pensare. Altrimenti non si tratta di ricordo ma di vuota retorica. Il giudice Falcone, come ha affermato la sorella Maria, è stato un diverso che ha tentato di cambiare il sistema, non si è adeguato alla corruzione imperante.

La mafia è una realtà che si deve e si può vincere; oggi, però, occorre che ci poniamo una domanda: con l’alto tasso di dispersione scolastica nel sud, con una povertà educativa che rende i nostri ragazzi facile preda della mafia e della camorra, quale alternativa siamo in grado di dare loro. L’unica alternativa possibile contro il dilagare della criminalità è la scuola, perché la guerra contro la mafia inizia con la garanzia del diritto all’istruzione: il libro strappa i picciotti alla mafia.

La scuola, infatti, favorisce quella conoscenza che consente a tanti ragazzi, una volta divenuti adulti, di dedicare la propria vita alla legalità, di vivere una vita buona, per sè e per gli altri. Ma, se la scuola abdica al proprio dovere, vani saranno gli sforzi per contrastare il fenomeno delle mafie. Vane saranno le morti dei giudici Falcone e Borsellino e degli altri servitori dello Stato barbaramente uccisi. Cultura della legalità significa instillare nella mente dei giovani il rifiuto di qualsiasi comportamento mafioso che si nutre di scorciatoie e di raccomandazioni.

Quante volte noi adulti ci facciamo prendere dal sistema della raccomandazione, della via più facile, della prevaricazione… Quando ci lasciamo cogliere da questi atteggiamenti, anche nelle banalità delle nostre vite quotidiane, volontariamente o involontariamente, avvalliamo la mentalità mafiosa che rinnega la via piana della legalità. Allora diventa fondamentale educare i giovani a tenere la schiena dritta, a cercare il confronto e il dialogo, il rispetto e l’apertura, mai la distruzione e l’annichilimento dell’altro. Se così non fosse, vano sarebbe il ricordo.

A pensarci bene, nulla è cambiato, dall’antichità ad oggi: Ettore, consapevole che sarà ucciso, abbandona la moglie, il figlio, il vecchio padre, per andare incontro al suo destino eroico. Il suo ricordo è caro a tutti, forse ancor più di quello del forte Achille, anche lui vittima del proprio destino. Il ricordo di chi si batte per un ideale di bene è eterno, perché l’uomo arricchisce la propria umanità e si fa promotore di un messaggio che supera i secoli. E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,/ ove fia santo e lagrimato il sangue / per la patria versato, e finchè il Sole / risplenderà su le sciagure umane.