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Mordere il cielo: insegnare è far emergere le emozioni

C’è un equivoco che attraversa la scuola da sempre, intesa come luogo d’insegnamento (quella tradizionale, ma anche la scuola di pallavolo, di sci e così via): pensare che insegnare significhi trasferire sapere da chi sa a chi non sa. Il sapere è importante, ma da solo non basta. Un insegnante che si limita a trasmettere contenuti resta un buon informatore. Un insegnante che riesce a tirare fuori le emozioni dei suoi studenti diventa una guida completa.

Questo vale ovunque. A seconda del contesto cambiano il linguaggio, i programmi e l’età, ma non cambia il bisogno di fondo: sentirsi visti, ascoltati, riconosciuti per quello che si è, prima ancora che per quello che si sa.

Mordere il cielo, essere folli

Paolo Crepet ci invita a “mordere il cielo”: non accontentarsi, desiderare, avere il coraggio di puntare in alto anche quando sembra rischioso. Steve Jobs, a modo suo, diceva la stessa cosa agli studenti di Stanford: siate affamati, siate folli.

Non è un invito alla leggerezza. È un invito a non spegnere la curiosità. Una scuola che valuta soltanto l’errore e premia soltanto la risposta giusta rischia di insegnare ai ragazzi a stare al sicuro, e un ragazzo che sta al sicuro smette presto di sognare. Il compito dell’insegnante è trasmettere che sbagliare, provare e desiderare è legittimo, anzi necessario.

L’insegnante come guida: Virgilio e Beatrice

Nella Commedia, Dante non attraversa da solo il suo viaggio. Ha Virgilio, che lo accompagna dentro la paura e lo protegge nel buio, e Beatrice, che lo conduce verso la luce. Due guide diverse, per due momenti diversi.

Credo che l’insegnante sia chiamato a essere entrambe le cose. A volte Virgilio: sta accanto, spiega, rassicura, attraversa la difficoltà insieme allo studente. A volte Beatrice: indica un orizzonte, mostra che esiste qualcosa di più alto verso cui tendere. Una guida non cammina al posto di chi viaggia, ma sa quando restare vicina e quando lasciare andare.

Dietro uno sguardo sorridente

Più il tempo passa, più ci accorgiamo, basta soffermarsi un momento, di quanto molti bambini siano emotivamente empatici, e lo siano più di quanto immaginiamo.

Dietro uno sguardo sorridente, un comportamento tranquillo o perfino un silenzio, può nascondersi una grande voglia di parlare, di raccontarsi, di essere visti.

Essere visti dall’adulto, che per il bambino è una figura di riferimento, ed essere visti dai compagni, perché il bisogno di appartenere a un gruppo è forte quanto il bisogno di imparare. Essere visti dalla compagna o dal compagno che suscita interesse: l’emozione dei primi piccoli amori conta quanto la cultura. Spesso il bambino che non disturba e non chiede niente, magari per paura del giudizio, è proprio quello che ha più bisogno di uno sguardo attento.

Anche quando il programma scolastico va rispettato alla lettera, il primo punto da cui partire resta l’osservazione. È il primo strumento pedagogico, quello che molti pedagogisti hanno sempre praticato, modificando nel tempo anche i propri interventi. Prima di valutare, spiegare o correggere, bisogna guardare chi ci sta davanti, come ci ha insegnato Velasco nell’ultimo torneo, dove ha regalato a ognuna delle atlete un libro specifico, mettendo in risalto prima di tutto le loro qualità di persone.

Il gruppo come casa

La classe non è la somma di tanti individui seduti nello stesso luogo. È un gruppo, e il gruppo funziona quando le differenze non vengono nascoste ma diventano una ricchezza. Ogni studente porta con sé tempi, fragilità e talenti diversi. Il lavoro dell’insegnante è costruire uno spazio in cui nessuno debba somigliare agli altri per sentirsi accolto.

Mordere il cielo, in fondo, non si fa da soli: si fa insieme, con una guida che ci crede e un gruppo in cui ognuno si sente al proprio posto.

Una frase per chiudere

A volte i messaggi più profondi arrivano da dove meno ce lo aspettiamo, per esempio da un cartone animato:

“Abbiamo tante cose in comune: lo stesso cielo, la stessa terra, la stessa aria. Se proviamo a considerare le cose che ci accomunano invece di mettere in risalto le differenze, un giorno, chissà…”.

Una frase che vale per i bambini, ma anche per gli adulti che li educano.

Da dedicare al gruppo classe:

“Siamo diversi, ma siamo una classe. Il nostro gruppo è forte perché ognuno di noi ha qualcosa da dare e qualcosa da imparare.”

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