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Partigiani e Scuola Bene Comune contro Presa diretta

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I Partigiani della Scuola Pubblica e Scuola Bene Comune, sulla spinta delle segnalazioni da parte dei docenti che hanno visto la recente puntata di Presa diretta sulla scuola, esprimono fortemente il proprio disappunto, dando voce a una categoria usata come capro espiatorio di ben più ampi fallimenti, derivanti da scelte che non dipendono affatto dalla volontà del singolo docente (come, più o meno sottilmente, si vuol far credere nella trasmissione), ma che sono il risultato di una politica scolastica che svilisce il sistema di istruzione italiano.

I docenti sono rimasti sconcertati nell’assistere, oltre all’ulteriore demolizione via media della propria figura professionale, anche all’elogio esplicito da parte del presidente ANP di uno dei punti più pericolosi della legge 107, la chiamata diretta, considerando anche il perfetto tempismo di tale elogio con l’attuale stallo nell’approvazione del ddl Granato (stallo già evidenziato da SBC e PSP).
Si è assistito a una narrazione a ritmo battente, a stampo prevalentemente accusatorio, che supporta la tesi ormai imperante dell’inadeguatezza del corpo docente italiano, alternando interviste a vere e proprie inferenze dei conduttori, con parole in sovraimpressione e immagini mistificatorie/semplicistiche in perfetto stile meme.

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Gli spettatori sono stati imboccati, con interventi freddi e razionali (ma non per questo chiarificatori, se non addirittura fuorvianti, ad es. quando è stato affermato che la scuola italiana è rimasta al tempo della Riforma Gentile, cioè a un secolo fa), seguiti da toni caldi, dolorosi come lamenti (in cui uno dei punti più bassi si è toccato quando sullo schermo sono apparse le domande: “Perché vado a scuola? A cosa mi serve andare a scuola?”).

Si potrebbe semplicisticamente obiettare dicendo che si è voluto esporre “empaticamente” la sofferenza degli studenti. Se c’è qualcuno che comprende le fatiche, le aspirazioni, le paure e i sogni degli studenti italiani sono proprio quei docenti con cui gli allievi condividono giorno per giorno anni della propria vita.
Ma la risposta sta altrove (in luoghi da cui si è voluto tenere lontano lo sguardo?): ossia negli articoli della nostra Costituzione. Andare a scuola significa esercitare un diritto ed, entro l’età dell’obbligo, anche un dovere. Nonostante l’appello alle acquisizioni pedagogiche, la trasmissione non ha avuto nulla di più pedagogico di uno dei post qualunquistici che si trovano facilmente in rete. Anche gli interventi neutri dei neuroscienziati sono stati usati per accusare i docenti di non conoscere tecniche elementari e ormai acquisite come il peer tutoring o la flipped classroom, che vengono presentate come panacee, nel generale quadro esterofilo della trasmissione, con speciale sulla scuola finlandese.
Tutto questo è realmente offensivo (vedi: interviste in cui si è detto che i docenti italiani non vogliono aggiornarsi e cercano la vita comoda) e dimostra ancora una volta la direzione che si sta prendendo: seguire sempre più le industrie dell’intrattenimento e dell’informazione on-line, nonché l’appiattimento sulle INVALSI (esemplare la metafora del videogioco e l’esaltazione del “debate”, come un’arena televisiva), con le privatizzazioni che ciò implica.
Due esempi realmente positivi sono stati, invece, l’intervento della preside della scuola di Palomonte – a cui va tutta la nostra stima e solidarietà – e delle docenti finlandesi, quando affermano che alla base di tutto c’è la “fiducia, il circolo virtuoso” (chi lavora a scuola in Italia sa quanto la giornata sia avvelenata di sovente da una strisciante cultura del sospetto), che “la professione docente è molto popolare e ambita”, e che “aumentano i livelli di investimenti per l’istruzione”.
Concludendo, “sfortunatamente” i docenti italiani sono ancora in grado di leggere i testi e i sottotesti, ed è questo spirito critico che ogni buon docente si auspica di poter trasmettere (verbo demonizzato) ai propri allievi.

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