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Aggiornato il 22.03.2021
alle 15:30

Per il principio di precauzione le scuole dovrebbero rimanere aperte, lo dice un gruppo di scienziati

“In Italia, dove le classi sono rimaste chiuse ben più a lungo che negli altri Paesi europei, non c’è correlazione significativa tra diffusione dei contagi e lezioni in presenza”: è quanto si legge oggi in un articolo pubblicato sul Corriere che riporta gli esiti di una importante ricerca condotta da una squadra di epidemiologi, medici, biologi e statistici tra cui Sara Gandini dello Ieo di Milano.
“Gli studi – spiega il Corriere – analizzano i dati del Miur incrociandoli con quelli delle Ats e della Protezione civile fino a coprire un campione iniziale pari al 97% delle scuole italiane: più di 7,3 milioni di studenti e 770 mila insegnanti”.

“I numeri – osserva Sara Gandini – dicono che l’impennata dell’epidemia osservata tra ottobre e novembre non può essere imputata all’apertura delle scuole”.
“In mancanza di evidenze scientifiche dei vantaggi della chiusura delle scuole – conclude l’esperta – il principio di precauzione dovrebbe essere quello di mantenere le scuole aperte per contenere i danni gravi, ancora non misurabili scientificamente in tutta la loro portata e senz’altro irreversibili sulla salute psicofisica dei ragazzi e delle loro famiglie”.

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