Home Archivio storico 1998-2013 Indicazioni nazionali Preoccupano i dati Istat su scuola e università

Preoccupano i dati Istat su scuola e università

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I dati diffusi dall’Istat nell’Annuario Statistico 2012 non piacciono proprio agli studenti. Secondo Michele Orezzi, coordinatore dell’UdU, siamo di fronte a “solo l’ennesima dimostrazione della profonda crisi che denunciamo da tempo. Il calo delle immatricolazioni che ci portiamo avanti dal 2004 continua e nell’ultimo anno si è registrato un calo, proprio per le immatricolazioni, del 2,2%. Nel 2010 gli studenti che hanno conseguito la laurea sono calati di 3.700 unità. Il rapporto tra immatricolati all’università e studenti diplomati, ovvero il rapporto tra gli studenti usciti dalle scuole superiori e quelli che si iscrivono all’università, cala ancora raggiungendo il 61,3 %, due punti in meno dell’anno precedente.”
Continua Orezzi: “Gli obiettivi Europei ci chiedono di ridurre la dispersione scolastica e di aumentare il numero di laureati. Non è vero né che abbiamo troppe università né che abbiamo troppi laureati. Solo un piccolo gruppo di ideologi che non guardano alla realtà sostiene oggi queste assurde tesi”.
L’Unione degli Universitari ha già denunciato da tempo anche il pesante aumento delle tasse universitarie, le terze più alte in Europa, e i drastici tagli imposti al sistema di Diritto allo Studio Universitario, già sotto finanziato. “Serve una risposta – ha detto Orezzi – per i 46 mila studenti capaci e meritevoli ma privi di mezzi che non ricevono la borsa di studio per mancanza di fondi, serve una risposta al continuo aumento della tassazione studentesca”.
Sotto accusa, infine, il dato allarmante sul calo delle immatricolazioni. E quello sul calo del rapporto tra gli studenti diplomati che entrano nel mondo universitario.
Ma anche che non entrano nel mondo del lavoro (un under 35 su tre). O che nemmeno si iscrivono al biennio delle superiori. “I dati del 2011 –  ha detto Roberto Campanelli, coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti – mostrano come calino anche le iscrizioni alla scuola superiore: un dato che deriva dall’aumento dei costi per i contributi volontari che troppo spesso sono vere e proprie tasse obbligatorie, esattamente come dei tagli sui servizi e delle difficoltà che sempre più famiglie incontrano per l’acquisto di libri o per pagare le ripetizioni. Per questo crediamo sia indispensabile investire realmente nella scuola pubblica, evitando la dispersione e permettendo agli studenti e alle studentesse di avere una loro autonomia sociale rispetto alla propria famiglia”
Sulla stessa lunghezza d’onda si posizione Federico Del Giudice, portavoce nazionale della Rete della Conoscenza: “Riteniamo drammatici questi dati: dimostrano infatti che la situazione della nostra generazione è estremamente difficile”. Basta dire che “il lieve aumento dell’occupazione nell’ultimo anno non ha minimamente toccato gli under 35”.
Ma non sono stati solo i rappresentanti degli studenti ad aver mostrato preoccupazione per il rapporto annuale dell’Istat. Secondo l’Anief, ciò conferma che in Italia il quadro non è solo stagnante, ma sta peggiorando di anno in anno. Per il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, “è impossibile negare il nesso logico che si è venuto a determinare tra la sempre più modesta considerazione sociale verso l’istruzione superiore-universitaria e lo scarso investimento dei Governi degli ultimi anni nei confronti dell’istruzione. È un dato emblematico. Perché uno Stato che non investe nella scuola, non si capisce perché dovrebbe investire nelle famiglie”.
Ma l’Istat ci dice anche che la disoccupazione sta anche diventando sempre più di tipo intellettuale: i laureati tra i 25 e i 29 anni che non lavorano sono infatti il 16 per cento, mentre i diplomati della stessa fascia d’età privi di occupazione si fermano al 12,6 per cento. “È un altro dato su cui bisognerebbe far riflettere i nostri parlamentari – sostiene Pacifico – perché mentre in Italia non valorizziamo coloro che conseguono i titoli di studio più elevati, mettendo anche ciclicamente in discussione il loro valore legale, nei Paesi europei più sviluppati avviene esattamente l’opposto. Con incentivi sia sul fronte della formazione, sia in fase di spendibilità del diploma. Questi Paesi sanno bene che un basso tasso di scolarizzazione è quasi sempre l’anticamera dell’emarginazione sociale”.
Anche la volontà espressa dal Miur di chiudere il concorso a cattedra ai laureati degli ultimi dieci anni è davvero un brutto segnale: “in questo modo – ha concluso il leader dell’Anief – il Miur ha letteralmente tarpato le ali di centinaia di migliaia di giovani che hanno investito nello studio. E a cui si dice, senza nemmeno il supporto di una norma, che si devono accomodare in sala di attesa”.