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Programmi dei partiti, ma non delle coalizioni

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La coalizione del centro destra è formata da: Pdl di Angelino Alfano, Lega Nord di Roberto Maroni, Fratelli d’Italia di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, Grande Sud-Mpa rispettivamente di Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo, la lista Pensionati, Intesa popolare di Vittorio Sgarbi, il Mir di Giampiero Samorì e La Destra di Francesco Storace.
Ciascuno di questi partiti, che ci stanno chiedendo il voto per governare l’Italia, ha un programma diverso per la scuola e in modo particolare si nota un certo stridore di prospettive al loro interno. Se per un verso infatti Fratelli d’Italia parla di “ Implementazione dei sistemi di valutazione e di aggiornamento culturale e professionale della classe docente, per permettere ai professori di svolgere al meglio la propria funzione educativa”, insieme all’ “Affermazione della centralità della funzione docente nella società della conoscenza”, il Pdl tralascia qualsiasi accenno ai docenti, sia al loro miglioramento stipendiale e sia normativo, per puntare diritto alla ”Autonomia delle scuole nella scelta degli insegnanti, negli organici e nella gestione efficiente dell’offerta scolastica e formativa”.
Che in altri termini significa implementare il progetto di Valentina Aprea (che tanto chiasso ha permesso di fare agli studenti e ai professori nell’autunno scorso) sulla chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole e quindi col chiaro proposito di assegnare grandissimo potere ai dirigenti sui quali però non si dice nulla in termini di concorsi, reclutamento, area dirigenziale.
Ma punta pure, il Pdl, al finanziamento delle scuole paritarie sul modello Lombardia, detassando le iscrizioni o dando un voucher; punti questi che troviamo però in un’altra parte del programma, quello rivolto alle famiglie e con la possibilità di leggervi una sorta di intendimento nascosto a non fare scattare “contestazioni” magari da parte degli alleati stessi.
Ricordiamo infatti che la “Destra” è stata sempre statalista e unitaria, tant’è che il partito di Meloni non accenna a finanziamenti verso le scuole paritarie, ma parla addirittura (in questo punto come la sinistra di Vendola e Bersani) di “incentivazione dell’apertura delle istituzioni scolastiche oltre l’orario didattico”: un modo per dire che la scuola pubblica è centrale.
Ma questi elementi di perplessità diventano ancora più robusti se si fa riferimento al programma della Lega Nord, il cui punto più importante, ed il solo, è rivolto all’abolizione del valore legale del titolo di studio. “Ai fini di un concorso pubblico, una laurea conseguita a Venezia piuttosto che a Ragusa è del tutto equivalente. Non sono invece equivalenti la qualità della preparazione, il rigore degli studi e la serietà degli esami. Ne consegue che le votazioni di laurea degli studenti iscritti agli atenei del Sud sono di gran lunga più elevate di quelle ottenute dai loro colleghi che studiano nelle università del Nord.” A parte il fatto che il famoso “referendum” messo a punto da Profumo sul sito Miur fu devastante contro questa proposta (e inutile soprattutto) di abolizione, non si capisce come possa legare, in termini politici e anche di “etica”, visto il consueto attacco al meridione, coi movimenti del Grande Sud di Miccichè e dell’altro “Per l’Autonomia” di Raffaele Lombardo, i cui programmi sulla scuola purtroppo non siamo riusciti a rintracciare.
C’è allora da parte di questi due schieramenti meridionalistici unità di intenti con la Lega Nord in fatto di scuola e istruzione?
Si può infatti discutere sull’abolizione del valore legale del titolo di studio, ma non si può innalzare, crediamo, una bandiera contro l’istruzione meridionale, che è comunque composta di persone fisiche: docenti e personale, famiglie e alunni, condannandola all’ignominia per cui si chieda e si prometta “concorrenza fra scuole”.
Ma abbiamo pure notato che nessuno più del Centrodestra parla di federalismo scolastico, nemmeno la Lega: chissà perché? Forse perché vista in funzione di un diverso federalismo? O forse perché quel famoso 75% di entrare del Nord, che si vogliono lasciare al Nord, per questa tornata elettorale fanno la differenza? (Per inciso ci domandiamo quale possa essere il parere dei partiti meridionali su questo altro punto.)
Da qui dunque la perplessità: se vince questa coalizione cosa ne sarà del futuro della scuola? Quale intendimento programmatico sarà avviato dei due o dei tre o dei quattro maggiori partiti che la compongono?
Per questo pensiamo che i programmi, e non solo quelli sulla scuola, dovrebbero essere unici per l’intero schieramento e il patto politico dovrebbe essere fatto su un unico obiettivo, perché altrimenti dopo la “festa” è facile gabbare “il santo” ed è facile smarrirsi, mentre è difficile trovare il bandolo delle responsabilità dei mancati obiettivi.
Il bipolarismo tanto decantato? Lo si faccia partire dai programmi, altrimenti il gioco non ha regole.