Home I lettori ci scrivono Quale “buona scuola”?

Quale “buona scuola”?

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Il piano d’interventi per la scuola italiana prospettato nel sito “La buona scuola” mi pare ottimo nelle intenzioni di fondo, ma assai deficitario, quando non nocivo, nelle specifiche proposte applicative.

1- La formazione di docenti e dirigenti

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Il problema della formazione degli insegnanti dovrebbe a mio avviso essere collegato con quello della valutazione del merito degli insegnanti già in ruolo. Gli unici soggetti attendibili in grado di valutare gli insegnanti non sono né presidi né colleghi, ma gli studenti e le famiglie. Dovrebbero essere loro a indicare quali insegnanti dovrebbero svolgere il ruolo di “formatori” degli insegnanti futuri. I “formatori” – da incentivare in misura proporzionale alle ore da loro dedicate all’attività di formazione e non godere di altri particolari privilegi economici – dovrebbero poi proporre i colleghi candidati a divenire Dirigenti. Coloro che, su indicazione dei “formatori” di ogni scuola, risultassero prescelti e idonei sotto il profilo didattico, dovrebbero poi sottoporsi ad un concorso snello in grado di stabilire le loro competenze rispetto alle mansioni previste dalla loro futura ed eventuale funzione: il primo classificato in ogni Istituto dovrebbe fare il Dirigente della scuola, con gli altri abilitati come vicari.

Si darebbe così attuazione ad un piano ad un tempo realistico e poco costoso per la formazione degli insegnanti e per la scelta dei Dirigenti scolatici sul modello spagnolo, che mi pare al riguardo piuttosto efficace. Con il sistema proposto si rischia invece di trasformare la scuola in una ridda di reietti e salvati (i prof. “bravi”, che verrebbero pagati di più) senza avere idee chiare su come si fa a stabilire la loro efficacia didattica.

2 – Il nuovo esame di stato

L’esame di Stato è attualmente un brutto e frettoloso doppione delle valutazione complessiva nel corso dell’anno scolastico, per giunta costoso. Senza spendere nulla, o anzi risparmiando, lo si potrebbe migliorare rafforzando la funzione delle cosiddette “tesine”, che attualmente sono in genere delle pagliacciate copia-incolla.
Oltre alle tre prove scritte, il colloquio dovrebbe vertere su due tesine condotte con criteri scientifici: una interdisciplinare a sfondo umanistico, l’altra a sfondo scientifico. Queste tesine finalmente “serie” dovrebbero essere propedeutiche rispetto alla scelta universitaria, e costituire indicatori utili tanto per gli studenti che per le Università.
La terza prova dovrebbe essere riformulata completamente per evitare favoritismi e arbitrarietà circolanti: il Ministero passi, fin dall’inizio dell’anno, un certo numero di domande possibili per ogni disciplina (una cinquantina, o un centinaio, a seconda dei casi). Ogni candidato dovrà rispondere ad alcune. Nell’ambito di questa ipotesi, ci dovrebbero essere solo due commissari esterni, uno per le discipline umanistiche e uno per quelle scientifiche, che dovrebbero svolgere il ruolo di Presidente e Vicepresidente della commissione d’esame.

3 – Cosa manca al progetto

A) In una società multi-etnica quale è ormai la nostra, gli studenti ignorano i valori e le visioni del mondo connesse alle religioni più diffuse. Un paradosso. Senza dover mettere in discussione il Concordato, bisognerebbe che l’ora “alternativa” fosse costituita da un’ora di storia comparata delle religioni, assolutamente indispensabile per comprendere la società in cui si vive e le principali problematiche politiche e sociali nel mondo.

B) La lingua italiana è la lingua più importante al mondo in ambito musicale. I nostri studenti delle superiori ignorano però la storia della musica e sono sempre più soggetti a recepire passivamente e acriticamente quanto gli passa il mercato mediatico-musicale. In questo quadro, non fa ormai più eccezione nemmeno la canzone d’autore. Un’ora settimanale di storia della musica, o due quindicinali, potrebbe ovviare a questa grave lacuna del nostro sistema educativo.

C) Il cinema è, insieme alla musica, una delle arti e delle forme di comunicazione a cui gli studenti attingono spontaneamente, pur non avendo idea, in molti casi, di chi siano Chaplin, Bergman o Fellini (De Sica pensano che sia Christian). Anche in questo caso, sono spesso dei fruitori passivi e assai acritici (salvo reazioni positive al lavoro encomiabile dell’insegnante di turno) e, anche in questo caso, due ore quindicinali potrebbero ovviare a questa lacuna.

D) Nel piano attuale per realizzare una “buona scuola” manca inoltre la possibilità per gli insegnanti di disporre di almeno un anno ogni dieci per l’aggiornamento e la loro formazione, cioè un vero anno sabbatico da dedicare allo studio e alla ricerca in una sede universitaria.

E) Manca anche un piano efficace per gli aggiornamenti (quelli attuali sono corsi accelerati per infittire le loro menti di caselle burocratiche), e manca un collegamento con l’Università. Si potrebbe rendere più efficace l’aggiornamento dei docenti facendo in modo che per gli insegnanti sia possibile frequentare un corso universitario l’anno in una disciplina pertinente a quelle d’insegnamento o comunque un corso di perfezionamento senza che debbano sopportare costi aggiuntivi. Non costerebbe nulla (salvo le spese minime per far sostenere loro l’esame finale), e sarebbe un aggiornamento serio.

F) Manca un modo per consentire realisticamente un’uscita graduale e non traumatica dalla scuola. Basterebbe che negli ultimi cinque anni i docenti avessero l’opzione “non penalizzante” di dimezzare il loro orario di lavoro (aggiungendo al loro stipendio circa metà della loro pensione) e questo consentirebbe non solo di dare lavoro a molti giovani docenti, ma anche un’uscita graduale e meno traumatica dei più “vecchi” da un lavoro logorante, con benefici concreti per la loro salute e la qualità complessiva dell’insegnamento. In questi ultimi cinque anni, alcune ore dell’attività didattica dei docenti “formatori” potrebbero essere dedicate alla formazione dei nuovi docenti.