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Quando Mario Lodi insegnava a far di conto usando la cassa scolastica e si studiavano le scienze con visite alle stalle e all’ospedale

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Di tanto in tanto è istruttivo rileggere qualche pagina dei testi che hanno fatto la storia della scuola italiana.
In queste ore ho ripreso in mano un grande classico: “C’è speranza se questo accade al Vho”; lo ricordiamo ai più giovani: si tratta del primo libro di Mario Lodi, pubblicato la prima volta nel 1963 ed è, molto semplicemente, una sorta di diario di bordo della sua esperienza nella scuola elementare di Vho, piccola frazione di Piadena (nella prima parte del libro, per la verità, si parla della sua esperienza a San Giovanni in Croce, piccolo paese a pochi chilometri da Piadena).
Una decina di anni dopo, nella nota introduttiva alla edizione del 1972, Lodi scriverà: “Le esperienze didattiche raccolte in questo volume sono la documentazione dei tentativi di trasferire l’impegno politico nel lavoro didattico quotidiano”.
E ancora: “Queste pagine di diario descrivono i tentativi di realizzare operativamente, vivendoli socialmente a scuola, alcuni principi alternativi a quelli della scuola autoritaria di classe: le attività motivate dall’interesse invece che dal voto, la collaborazione invece della competizione, il ricupero invece della selezione, la norma che nasce dal basso come esigenza comunitaria invece dell’imposizione della disciplina fondata sul timore”.

In queste poche righe c’è una sintesi perfetta del significato profondo che Mario Lodi attribuiva al “fare scuola”.
A leggere il libro sembra di entrare in un altro mondo.
Certo, bisogna considerare che i piccoli alunni del Maestro erano per lo più figli di contadini che al mattino arrivavano a scuola dopo aver camminato in mezzo ai campi, nella nebbia o sotto la pioggia battente.
Ma a stupirci sono soprattutto i racconti di alcune attività per noi inconsuete.

Guardate per esempio il “rendiconto” che la cassiera della classe (l’alunna Stefania Ronchi) presenta ai compagni il 30 novembre.

E c’è anche un piccolo problema: “Il giornalino costa a noi lire 25,98. Se venderemo i 100 giornalini a 30 lire, quanto guadagneremo? E se li venderemo a 35 lire?”
Ora, provate ad immaginare cosa accadrebbe oggi se in una classe di scuola primaria si usasse il sistema della “cassa scolastica” per imparare a fare i conti o per risolvere i problemi: ci sarebbe sicuramente qualcuno pronto a dire che questa si chiama “gestione fuori bilancio” e che i bambini e il maestro non possono in alcun modo maneggiare soldi.

Ad un certo punto c’è anche il resoconto della visita che la classe fa all’Ospedale del paese, con tanto di intervista al chirurgo e con i dati “statistici” raccolti dai bambini:  gennaio sono stati ricoverate 45 persone, 28 maschi e 17 femmine; ne sono state dimesse 32 e così via.
E che dire del racconto del maestro che accompagna tutti i bambini e le bambine ad assistere alla nascita di un vitellino nella stalla di un alunno della classe?
Possiamo immaginare oggi una visita ad una stalla o ad un ospedale (o forse anche solo a una farmacia)?
I problemi non sarebbero legati solamente alle immancabili mille autorizzazioni che si dovrebbero acquisire, ma anche al fatto che – ormai – il territorio non ha né tempo né voglia di dedicare energie per aiutare i nostri ragazzi ad imparare “dal vivo”.
Leggendo queste pagine ho fatto una banale riflessione: per la scuola elementare italiana gli anni ’60 e ’70 furono straordinari, molte delle esperienze didattiche che si condussero in quel periodo sono  diventate la “base” per la costruzione di un modo diverso di fare scuola.
E questo grazie anche a grandissimi maestri e maestre come Mario Lodi e tanti altri che ci “hanno messo del loro”, senza pensare troppo se quello che stavano facendo era consentito o se andava “al di là delle loro competenze”.
Oggi, tutto sommato, viviamo un po’ di rendita e forse ogni tanto dovremmo almeno ricordarcene.