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Sarebbe del tutto indolore un anno in meno? E quale beneficio porterebbe ai ragazzi?

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Gli esperti del ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, portano questi conti per tagliare ancora sulle spese del suo, ormai ex, ministero, ma non si dilungano, per quanto ci è dato capire, sul problema degli esuberi che immancabilmente si verrebbero a creare.
Loro sostengono che gli insegnanti eccedenti al taglio di un anno andrebbero a formare quell’organico funzionale (di cui si parla ma di cui manca perfino l’ectoplasma), col compito di supporto alla didattica, ma fino a quando questi docenti non verrebbero col tempo collocati in pensione: e poi?
Tutto, pare di capire, tornerebbe gradatamente alla normalità e le scuole, che avessero intrapreso questa sorta di sperimentazione forrzata, si troverebbero lentamente all’asciutto, privi cioè di un pool di docenti con funzione sicuramente positiva per un andamento più appropriato delle didattica e del supporto alle iniziative culturali.
Ma non finisce qui la perplessità.
Se i tecnici di Profumo hanno tanto elaborato, dovrebbero pure dire che fine farebbe la riforma“epocale” di Gelmini che, non solo ha ridotto strumentalmente le ore presso tutti gli ordini di scuola, ma ha anche imposto nuovi programmi, le cosiddette indicazioni nazionali, spalmati nei 5 anni delle superiori e che, con questa nuova uscita del taglio di un anno, dovrebbero essere ripresi.
Un problema non di poco conto e che impegnerebbe un iter parlamentare lungo e tormentato, dai risvolti tutti da definire e probabilmente con un consequenziale aumento di ore settimanali, se si vuole dare un tantino in più di dignità formativa ai nostri ragazzi o quantomeno salvare la poca credibilità rimasta.
E togliere il monte ore di un anno significa pure spalmare quelle ore dell’ultimo anno all’interno dei quattro sopravvissuti, per cui gli Istituti tecnici, per esempio, dovrebbero ritornare a ben oltre le precedenti 36 ore, sfiorando perfino le 40;
tranne che la questione della preparazione degli alunni, il loro futuro lavorativo e il loro diritto alla cittadinanza attiva non interessi, nella convinzione che la classe dirigente si può formare altrove e in modo particolare presso scuole private esclusive sia in Italia e sia all’estero.
Ma non finisce qui la perplessità: che fine faranno i precari?
Tagliando ancora cattedre, perché di questo si tratta, come collocare i circa 160mila docenti che bussano e bussano alle porte della scuola? Come e dove e con quali prospettive si intenderebbe collocarli?
Quale moralità avrebbe infatti uno Stato, e quindi un Governo, che prima chiama schiere onuste di persone per fare funzionare le proprie strutture scolastiche e poi li pianta in asso, in nome di una ragion di stato economica? Ragion di Stato economica che però (come gli scandali e i mancati tagli alle provincie e al numero dei parlamentari e alle prebende dei deputati con auto blu e agevolazioni) tocca sempre i più deboli e i meno rappresentati perfino nei dibattiti pubblici in occasione della campagna elettorale. Si sta vedendo infatti che di scuola nei talk show televisivi non si accenna minimamente, anche per capire che intenzioni hanno i candidati a dirigerci e a stabilire il nostro futuro.
Ma non finisce nemmeno qui la perplessità: porterebbe questo decurtamento di un anno beneficio serio per migliorare i livelli di apprendimento dei ragazzi? Perché alla fine dei conti, di tutti i conti, questo è l’interrogativo più importante e basilare: quali competenze e conoscenze, capacità e preparazione avrebbero gli alunni a conclusione del ciclo di studi?
Attendiamo che qualcuno ce lo illustri.