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Scendere dalla cattedra per salirci davvero. Lo stato di salute della scuola italiana

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Qual è lo stato di salute della scuola italiana?

Se lo chiedessimo a Liborio Bonfiglio, protagonista del bellissimo romanzo di Remo Rapino, probabilmente risponderebbe così: “l’acqua è poca e la paperella non galleggia”. Apriamolo questo rubinetto e proviamo a far galleggiare come meriterebbe davvero questa paperella.

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Cerchiamo parole nuove, inquadriamo il tema da prospettive dinamiche, diamo nuova linfa alla discussione, partiamo dalla DAD! Fermi tutti! Non dalla didattica a distanza, ma dalla “Dimensione Autovalutativa del Docente”.

Tra le pochissime cose positive di questo particolare periodo storico, perché ci sono anche quelle, vi è senz’altro il fatto che gli insegnanti si sono visti allo specchio. Uno specchietto piccolo, delle volte pixelato ma straordinario perché ha posto l’insegnante di fianco ai propri alunni e non più di fronte, nella stessa griglia e sullo stesso piano. Straordinario perché ha permesso ai docenti di “vedersi insegnare”, di “guardarsi spiegare” di “scorgersi parlare ai nostri ragazzi”.

Certamente in molti si saranno ritrovati invecchiati più di quanto pensassero ma forse anche un po’ accigliati, cupi e con matite imperative come contorno occhi. Il metodo di insegnamento, validato e certificato in anni di onorata carriera in molti casi ha vacillato, ha mostrato cedimenti scoprendo meccanismi arrugginiti.

Bisogna ammetterlo: la dimensione autovalutativa del docente ha trovato nella didattica a distanza un’occasione irripetibile, la possibilità di considerare che l’ora di lezione, proprio quella di Recalcati, può essere diversa nei suoi strumenti, nelle metodologie, nei tempi e nei modi ma non, evidentemente, nel suo valore.

Abbiamo subito decretato che la didattica a distanza non funziona, partendo dall’infausto confronto con quella in presenza lasciando troppo poco spazio alle riflessioni, ai cambiamenti e alle innovazioni che questa metodologia esige. Abbiamo portato i ragazzi nelle aule virtuali ma ci siamo dimenticati di accendere la luce, siamo rimasti nell’ombra del nostro famigerato metodo di insegnamento certi della sua efficacia per poi raccogliere collezioni di webcam spente e microfoni stranamente non funzionanti. Tutto marcio allora? Assolutamente no! Ci abbiamo provato ma senza crederci abbastanza.

La mascherina ci ha coperto il sorriso ma la webcam ci ha tolto la possibilità di guardarci negli occhi e non c’è Scuola senza quello sguardo. Abbiamo mai provato a parlare ai nostri ragazzi guardando il puntino luminoso della nostra webcam così da bucare lo schermo che ci divide?

In definitiva, abbiamo provato a cambiare tutto quando tutto è cambiato? “I ragazzi sono cerchi e noi la punta del compasso” (F. Lorenzoni), dobbiamo tenere il centro per permettere loro di disegnare le geometrie del domani.

Ricominciamo dunque, ripartiamo dall’importanza di quello sguardo, lo sguardo che poniamo sui nostri ragazzi.

Vorrei che la scuola di domani partisse da questo e dagli insegnanti, gli infaticabili globuli rossi del sistema scolastico, gli unici possibili artefici di una rinascita autentica e necessaria della Scuola. Sono loro che ogni giorno, entrando in classe, scrivono un DPCM sulla pelle del futuro del nostro Paese. Proviamo a pensare questo quando saremo tornati tutti sul nostro amato predellino, quello mentale si intende.

La paperella ha bisogno di acqua ma anche che non sia inquinata, tocca a noi tenerla pulita. Ogni giorno.

Un piccolo globulo rosso

Alessandro Monitillo