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Specializzandi TFA sostegno e supplenze annuali: una riflessione

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In questi giorni si rincorrono opinioni contrastanti sulla possibilità di assegnare supplenze su sostegno agli specializzandi del TFA.

Da un lato, questi ultimi rivendicano di avere superato una selezione, di avere studiato per questo, notano che non è loro responsabilità il fatto che il tfa non sia iniziato in tempo utile per concludersi entro settembre. Gli specializzandi chiedono di essere chiamati dopo i docenti con specializzazione e prima dei non specializzandi della terza fascia.

Dall’altro lato, a questa idea si oppongono, in particolar modo, i docenti di ruolo su disciplina che intendono chiedere l’assegnazione provvisoria su sostegno senza titolo. Come è noto a tutti, questa situazione riguarda in particolar modo i docenti meridionali assunti a tempo indeterminato con la legge 107.

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Vorrei cercare di analizzare la situazione da un punto di vista terzo, ovvero quello di una docente estranea ad entrambi gli schieramenti e non direttamente toccata da nessuna delle due proposte.

Appare certamente dolorosa la situazione dei docenti meridionali trasferiti al nord a seguito della legge “Buona scuola”. Da un punto di vista umano, non si può rimanere indifferenti alla situazione di molte famiglie divise e alla legittima aspirazione a tornare alla propria terra d’origine. A molti docenti in ruolo al nord si obietta che l’adesione alla mobilità nazionale non è stata obbligatoria,  che chi si è trovato ad essere trasferito avrebbe dovuto riflettere con maggiore attenzione prima di inoltrare domanda e avere maggiore coerenza dopo avere fatto questa scelta. Questa osservazione può essere vera in alcune situazioni, ma non in tutte: per alcune classi di concorso (storia dell’arte, diritto ed economia, filosofia e storia, solo per fare alcuni esempi) non presentare domanda avrebbe significato quasi certamente non lavorare, nemmeno da supplenti. Come si può facilmente comprendere, non c’è vera libertà di scelta se l’alternativa è il venir meno dei mezzi di sostentamento.

A fronte di questo, il MIUR ha concesso, negli anni scorsi, la possibilità di chiedere assegnazione provvisoria su posto di sostegno anche in assenza di titolo di specializzazione, purché il docente avesse svolto almeno 180 giorni di servizio in quel tipo di incarico.
Appare evidente che si è trattata di una misura dettata più da ragioni “sociali” e umane, dal venire incontro al desiderio di ricongiungimento degli interessati, che da motivi legati al diritto: è difficile sostenere che 180 giorni di permanenza su un posto, senza alcuna abilitazione, senza selezione, senza verifica di alcun tipo, costituiscano un titolo per definirsi insegnanti idonei ad affrontare la situazione degli alunni disabili (nessuna situazione di fatto legittima di per se stessa la rivendicazione di un diritto).

E’ vero che il docente di ruolo ha un’abilitazione disciplinare, ma sembra problematico preferire una abilitazione “completa” su disciplina a una “non ancora completa” su sostegno, perché le competenze richieste per il sostegno sono spesso molto diverse rispetto al posto normale.

Appare ugualmente un po’ pretestuoso l’opporre teoria e pratica, sostenendo che le competenze si formino esclusivamente “sul terreno”. L’esperienza non è una mera somma di atti, ma una riflessione critica su quegli atti. Per questo, in tutte le professioni altamente specializzate, si chiede di unire teoria e pratica (altrimenti ricorreremmo ancora al cavadenti e al cerusico).

Non mi soffermo sulle polemiche tra “ultimi arrivati”, “penultimi arrivati”, e simili: le ritengo dettate da comprensibili stati emotivi, ma non costituenti in sé ragioni sulle quali discutere. Mi sembra invece una rivendicazione legittima quella di corsi di riconversione sul sostegno, possibilmente con esame finale (penso che, come insegnanti, dobbiamo chiedere di essere valutati e di poter dimostrare le nostre competenze) per i docenti di ruolo sulla disciplina che abbiano maturato anni di servizio come insegnanti di sostegno.

Sarebbe un modo serio e onesto, da parte del MIUR, di contemperare le esigenze di questa categoria, portando finalmente alla stabilizzazione di quanti in questi anni hanno chiesto assegnazione provvisoria. Assicurerebbe continuità didattica agli alunni con disabilità, stabilità personale e familiare ai docenti, e ne trarrebbero vantaggio anche le scuole del nord in cui questi docenti si trovano ufficialmente in servizio, perché non si troverebbero ad avere ogni anno supplenti diversi.

Ancora più giusta e sacrosanta sembra quindi la richiesta di trasformazione dell’organico di fatto in organico di diritto. Penso siano queste le richieste sulle quale i colleghi dovrebbero concentrarsi per tornare a casa. Impedire agli specializzandi di ottenere una priorità sulla terza fascia sembra un obiettivo, invece, un po’ miope: intanto, gli specializzandi potrebbero sempre obiettare che il tfa sostegno era aperto a tutti, e chiedere perché i richiedenti AP non vi abbiano partecipato.

Potrebbero inoltre osservare che il concorso riservato 2018 è stato, tra le altre cose, uno dei modi per tentare l’avvicinamento a casa. E che non si può invocare continuità didattica per il sostegno con l’assegnazione provvisoria, essendo questa un movimento annuale che non garantisce la permanenza sullo stesso istituto degli anni precedenti (non pare quindi ragionevole l’obiezione che lo specializzando toglierebbe la continuità).

Per quando riguarda gli specializzandi tfa sostegno, a loro favore possono far notare che essersi impegnati per un corso con test di accesso selettivo, avere studiato per superarlo, e frequentare corsi in piena estate in condizioni disagevoli testimoniano oggettivamente un maggior impegno e una maggiore dedizione di chi non ha voluto seguire questa strada.

E una maggiore preparazione di chi non ha superato il test o non ha voluto affrontarlo (si può obiettare che i concorsi hanno sempre una componente aleatoria, ma, al momento, rimangono l’unico metro di valutazione che abbiamo e che lo Stato utilizza).

Ritengo che queste siano motivazione che non possono essere ignorate e che meritano accoglienza da parte del MIUR. Quello che invece sembra inaccettabile è la richiesta di sostituire il tirocinio didattico con il servizio.

Se invece agli specializzandi fosse data la possibilità di fare tirocinio nella stessa scuola in cui prestano servizio le due attività si rafforzerebbero a vicenda e ne potrebbero trarre vantaggio gli stessi alunni.

 

Lettera firmata