Home Attualità Studente disabile espulso: la scuola condannata per discriminazione

Studente disabile espulso: la scuola condannata per discriminazione

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Il comportamento dello studente disabile era diventato insostenibile e per questo la scuola, un istituto di formazione professionale, lo aveva espulso. Peccato però che mancava il PEI, il piano didattica individualizzato per gli alunni disabili e che avrebbe sicuramente aiutato la gestione dello studente.

Studente disabile espulso per il suo comportamento

E’ la storia che riporta l’Ansa, che riguarda la sentenza del Tribunale di Milano nei confronti di un istituto di formazione professionale.

La scuola ha “disatteso gli obblighi imposti” per legge e non ha predisposto gli “strumenti idonei (sostegno, adattamento del programma di studio) per consentire “al ragazzo l’integrazione scolastica in condizioni di parità con gli studenti normodotati”, tenendo conto delle “caratteristiche fisiche, psichiche e sociali ed affettive dell’alunno”, scrive il giudice di Milano che ha di fatto condannato per discriminazione una scuola di formazione professionale colpevole di avere espulso un alunno disabile per i suoi “comportamenti aggressivi e intemperanti”nel gennaio dello scorso anno.

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L’importanza del PEI

L’omissione del PEI, si legge nella sentenza, sarebbe stata la causa scatenante “si identifica la condotta discriminatoria posta in essere” dall’istituto “che, così facendo ha di fatto pregiudicato la possibilità di integrazione scolastica dell’alunno e da tali omissioni deriva l’illiceità anche delle ulteriori condotte pregiudizievoli addebitate come discriminatorie (riduzione del tempo scuola, sospensione ed espulsione)”.

“I diritti delle persone con disabilità, in particolare quelli relativi all’inclusione scolastica, sono affermati con chiarezza dalla legge – ha commentato Alessandro Manfredi, presidente della Ledha, che ha assistito i genitori del ragazzo. Quando questi diritti vengono violati, tuttavia, le famiglie sono spesso titubanti di fronte alla possibilità di ricorrere alle vie legali per vedere riconosciuti i diritti dei loro figli”.

 

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