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Telecamere in classe? Per il Garante della privacy non si può

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Ha scatenato polemiche e reazioni inaspettate l’assenso del Ministro dell’Istruzione di installare delle telecamere negli ambienti scolastici al fine di creare un deterrente in più per prevenire i crescenti episodi di bullismo. Per meglio sostenere le loro posizioni contro l’accensione delle telecamere gli oppositori a questa eventualità sono andati a rispolverare la normativa in vigore emessa dal Garante della Privacy nel 2004: e la “magna charta” sembra mettere un chiaro veto sull’accensione delle telecamere in presenza degli studenti a scuola. Vanificando, in tal caso, le intenzioni di chi, come il Ministro, proponeva la loro attivazione proprio per far sentire gli studenti in qualche modo controllati e di conseguenza più responsabili.
L’art. 4, comma 3, emesso dal Garante della privacy spiega infatti che l’utilizzo di eventuali sistemi di videosorveglianza “deve garantire ‘il diritto dello studente alla riservatezza” (art. 2, comma 2, d.P.R. n. 249/1998) e tenere conto della delicatezza dell’eventuale trattamento di dati relativi a minori”. Lo stesso articolo specifica anche che l’utilizzo delle telecamere deve essere previsto solo “in casi di stretta indispensabilità (ad esempio, a causa del protrarsi di atti vandalici)” e che “gli stessi devono essere circoscritti alle sole aree interessate ed attivati negli orari di chiusura degli istituti, regolando rigorosamente l’eventuale accesso ai dati”.”. Lo stesso articolo specifica anche che l’utilizzo delle telecamere deve essere previsto solo “” e che “”.
Viene da sé che anche qualora vi fossero in atto situazioni di pericolo, anche per l’incolumità degli studenti, dei docenti e dei lavoratori, “restano di competenza dell’autorità giudiziaria o di polizia – conclude il testo dedicato agli Istituti scolastici – le iniziative intraprese a fini di tutela dell’ordine pubblico o di individuazione di autori di atti criminali (per es. spacciatori di stupefacenti, adescatori, ecc.)”. Insomma, per l’Autorità gli episodi di violenza e bullismo scolastico vanno affrontati nelle modalità più tradizionali. 
Le indicazioni, anche se introdotte da quasi cinque anni, rimangono di estrema attualità: a confermarlo è stato lo stesso Garante, Francesco Pizzetti, attraverso un’intervista pubblicata su un quotidiano nazionale: l’introduzione delle telecamere nelle scuole “significherebbe dichiarare la sconfitta della scuola come istituzione – ha detto Pizzetti – poiché il problema non riguarda solo la privacy, ma il ruolo della scuola in generale: la decisione di utilizzare un sistema di sorveglianza significherebbe dichiarare il fallimento dei docenti e dell’istruzione in generale, cambierebbe il ruolo della scuola“.
Secondo il Garante della privacy anche se “il rigore è indispensabile” non bisogna dimenticare che c’è “in gioco il rapporto tra docenti e alunni. E un progetto di questo tipo sarebbe comunque inconciliabile con il rispetto delle norme sulla privacy”. E rispetto al regolamento del 2004, che permette di installare telecamere nelle scuole solo ad istituti chiusi, Pizzetti precisa: “da allora sono cambiate tante cose, ma il provvedimento era ragionevole. Nessuno ci ha investito della questione, non interverremo”.
Come se non bastasse, se il Ministro volesse insistere in questa direzione non dovrà poi solo preoccuparsi di far rivedere la normativa sulla privacy nei luoghi di formazione pubblica. A poche ore di distanza dalle sue esternazioni diversi oppositori hanno già affilato le ‘unghie’. Ad iniziare dagli studenti: per l’Unione degli studenti “mettere telecamere sposta semplicemente il problema al di fuori dalla scuola stessa, laddove il giovane è ancor meno tutelato. Serve un programma didattico ed educativo – spiega l’associazione nazionale studentesca – di inclusione, di rifiuto della violenza e che veda le scuole protagoniste nella costruzione di democrazia e cittadinanza attiva. E’ una scuola che non assolve il proprio ruolo quella che si lascia trascinare dalle cronache e si limita a spostare i problemi al di là delle proprie mura”. E per Luca De Zolt, della Rete degli studenti, il Ministro Gelmini “vorrebbe delle scuole carceri con tanto di telecamere. Ci aspettiamo a breve la proposta del poliziotto di scuola, dopo quello di quartiere”.
Critiche sono giunte anche dall’area cattolica: per il presidente dell’Associazione di telespettatori di matrice cattolica Aiart, Luca Borgomeo, “non solo la proposta del Ministro Gelmini è di difficile attuazione, ma soprattutto non guarda a quelle che sono tra le maggiori cause del bullismo: televisione e videogiochi. Come si fa – si chiede Borgomeo – a controllare tutte le classi con videocamere? Quali sarebbero i costi di questa operazione? Tutti gli studi in merito dicono che il bullismo si scatena anche grazie alla televisione e ai videogiochi violenti. Si agisca in questa direzione piuttosto: l’Aiart ha già avviato una raccolta di firme per introdurre negli insegnamenti scolastici l’educazione ai media”.
Pressoché scontata, visto il quadro generale, la posizione del più importante partito d’opposizione al Governo. “Invece di continui annunci mediatici, invece di proporre improbabili soluzioni al bullismo trasformando le classi nel set del Grande Fratello, vorremmo avere notizie dal Ministro Gelmini su nuove fondamentali azioni per mettere in sicurezza gli edifici scolastici e sul reperimento delle risorse per la garanzia costituzionale del diritto allo studio”, ha detto Pina Picierno, Ministro delle Politiche giovanili del Governo ombra del Pd. Secondo Picierno “il decreto ministeriale, firmato il 16 gennaio, “è una semplice trasposizione degli accordi già raggiunti dal precedente governo con docenti, genitori e associazioni degli studenti nell`ambito delle misure antibullismo e della revisione dello Statuto degli studenti”.
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