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25 aprile: la memoria condivisa

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«Arrendersi o perire!» fu la parola d’ordine intimata dai partigiani quel 25 aprile 1945. Un anno dopo, a guerra finita, fu quella la data indicata come la festa per celebrare la Liberazione d’Italia, simbolo della lotta di Resistenza delle forze partigiane nella seconda guerra mondiale dopo l’8 settembre 1943 durante l’occupazione nazista e il governo fascista della Repubblica di Salò. Sono passati 72 anni e questo giorno, che è una data fondante da ricordare, continua ad essere un giorno di celebrazione ma anche di polemiche politiche, 2017 compreso.

Alessandra Magliaro su Ansa ripercorre i luoghi simbolo della Resistenza al nazifascismo, proponendo pure un itinerario didattico da percorre con i bambini al seguito, raccontando loro cosa accadeva in Italia qualche decennio fa, ripescando le storie di un passato che ogni famiglia conserva, ricordi di tempi difficili da evocare per parlare loro di quella generazione per la quale – usando le parole di Piero Calamandrei padre della patria – “era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini” C’è bisogno di una memoria condivisa da tramandare ai più giovani e bisogna farlo in fretta, come monito per il futuro certamente ma anche perchè di fatto la generazione che ha vissuto la guerra è invecchiata e tra qualche anno fonti dirette saranno sempre più rare e quei racconti non si sentiranno più dalla voce dei nostri vecchi.

Educare i giovani ai valori della pace lungo le strade della Resistenza, percorsi disseminati in tutta Italia è importante. Sulle montagne ad esempio dove da anni si svolgono raduni in forma di trekking, dove si cammina lungo i Sentieri Partigiani – come quelli che organizza l’associazione Sentieri Resistenti  collegando alcuni tra i molti luoghi di memoria disseminati per l’arco alpino nella provincia di Torino, snodandosi tra le Alpi Graie e Cozie, in tappe tra l’alto Canavese con le valli di Lanzo, val Susa, val Sangone, val Chisone, val Germanasca e Bargese. Oppure nei sentieri partigiani dell’Appennino Tosco Emiliano. Solo tornando sui luoghi si può comprendere quel desiderio di guistizia che ha spinto i partigiani a combattere. Ascoltare i luoghi per capire la scelta di divenire partigiano, le sofferenze che essa ha comportato, la paura della morte, le speranze di un futuro diverso, fatto di uguaglianza. Un sogno da costruire con la forza della ragione e della solidarietà che nasceva da un gruppo di uomini e donne liberi. Al termine della guerra furono riconosciuti oltre 185.000 partigiani combattenti, di cui 35.000 donne, con quasi 29.000 caduti, di cui 683 donne. L’Istituto Storico della Resistenza di Reggio Emilia ha realizzato una guida di storie, percorsi e memoria, di 15 itinerari ed ogni anno organizza delle emozionanti visite sui monti reggiani insieme ai testimoni partigiani dei luoghi che furono teatro di azioni della Resistenza, di scontri e di rappresaglie naziste e fasciste. Visite che, come oggi, richiamano moltissime persone e non solo italiani e sono sempre esaurite. I percorsi lungo l’Italia sono innumerevoli, restando nella zona dei sentieri dell’Istoreco ma nella Bassa, c’è il 25 aprile a Casa Cervi, un luogo simbolo della Resistenza, la casa colonica fra i Comuni di Gattatico e Campegine, abitata dalla famiglia di contadini mezzadri antifascisti. La casa durante la guerra fu un punto di riferimento e di concreto aiuto  per antifascisti, renitenti alla leva, e per chi si opponeva alla guerra, nel dicembre ’43 messa a ferro e a fuoco e fucilati i sette figli maschi di Alcide Cervi (papà Cervi, risparmiato al martirio, scrisse la struggente storia della famiglia nei ‘Miei sette figli’, Einaudi). Diventata  “Museo per la storia dei movimenti contadini, dell’antifascismo e della Resistenza nelle campagne”, Casa Cervi continua ad essere un luogo emozionante da visitare, un patrimonio della memoria condivisa ed è da molti anni una fucina di iniziative di ricordo – come quella del 25 aprile, quest’anno con il partigiano Giglio Mazzi, 87 anni, 17 quando si unì alla 37/ma Brigata Gap – e di scuola per il futuro. 

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A Roma, tra i tanti luoghi possibili, scegliamo il Quadraro, una zona tra Casilina e Tuscolana, considerata un covo di partigiani e sabotatori nei mesi dell’occupazione nazista (per sfuggire in quei tempi si diceva ‘o vai al Vaticano o vai al Quadraro’), una comunità ribelle insomma. Al punto che Il 17 aprile 1944 l’intera popolazione della zona fu da parte di SS, aiutati dalla banda Koch, oggetto di un rastrellamento di oltre 2000 persone (più che nel rastrellamento del Ghetto l’anno prima), di cui la metà deportati come ‘schiavi di Hitler’ in Germania e solo qualche centinaia tornati vivi. L’intera borgata, oggi in gran parte intatta con casette basse e senza piano regolatore, fu insignita della medaglia d’oro al valore civile. Riconoscimento alla memoria atteso anche per Don Gioacchino Rey, il sacerdote della locale chiesa di S.Maria del Buon Consiglio, che si offrì ai tedeschi al posto dei rastrellati e fece da tramite con le organizzazioni della Resistenza. L’urban art dell’artista David Diavù Vecchiato ha realizzato un murales all’interno del tunnel del Quadraro in commemorazione della deportazione degli abitanti nel ‘1944.

Ed ecco altri possibili luoghi, suggeriti da Hundredrooms per questo un itinerario storico, fatto di tappe, eventi e luoghi simbolo della Resistenza italiana

Piazza Quattro Giornate, Napoli – così chiamata in ricordo delle insurrezioni scoppiate nel capoluogo campano tra il 27 e il 30 settembre 1943, passate alla storia con il nome di Quattro Giornate di Napoli. L’episodio rivoluzionario valse alla popolazione la Medaglia d’Oro al valor militare, poiché l’insurrezione consentì alle forze Alleate di trovare al loro arrivo, avvenuto l’1 ottobre del ‘43, una città già libera dall’occupazione tedesca grazie al coraggio degli abitanti.

Sacrario delle Fosse Ardeatine, Roma – creato in ricordo del crudele massacro, perpetrato dai nazisti a Roma il 24 marzo 1944 nelle cave di pozzolana della via Ardeatina. Pur nella sua semplicità, l’opera trasmette sentimenti di sgomento e indignazione. Nel suo complesso, il sacrario comprende le grotte in cui fu consumato l’eccidio, il mausoleo in cui riposano le salme e un gruppo di sculture che simboleggia i 335 martiri.

Cassibile, Sicilia – la piccola frazione di Siracusa è famosa per la firma dello storico armistizio siglato segretamente il 3 settembre del 1943, con il quale il Regno d’Italia poneva fine alle ostilità nei confronti degli Alleati. Nel luogo esatto della firma fu subito apposta la “Pietra della Pace”, successivamente trafugata. Oggi, grazie all’impegno dell’associazione Lamba Doria, una nuova lapide è stata riposizionata in ricordo di questa importante pagina storica, seppure non esattamente nel luogo della firma, dove adesso sorge un resort. 

Musei storici in Veneto – la regione veneta offre diversi musei per gli appassionati dell’ultimo secolo di Storia. Il Museo dedicato ad Agostino Piol, Medaglia d’Oro alla Resistenza, si trova nel comune di Limana e contiene un ricco repertorio fotografico. Da non perdere anche il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza e il Museo Nazionale dell’Internamento, con sede a Padova, in cui si racconta attraverso immagini e materiale storico la lacerante esperienza delle deportazioni nei lager nazisti. 

Alassio, Liguria – ogni anno qui c’è la Festa Popolare di Resistenza, all’insegna di buona musica, stand e animazione per i più piccoli. La ricorrenza è così sentita che, quattro anni fa, il Commissario che amministrava il comune notificò all’Anpi il non gradimento di “Fischia il Vento”, canzone simbolo della Resistenza italiana, per il suo carattere “troppo divisivo”, mettendola al bando. L’episodio scatenò un’accesa polemica e si concluse con l’accordo che sarebbe stata la scuola media di Alassio a decidere che brani suonare. 

Monumento-Ossario ai partigiani caduti, Bologna – inaugurato il 31 ottobre 1959, fu voluto dal sindaco Giuseppe Dozza, che diede l’incarico a Piero Bottoni, esponente di spicco del Razionalismo in Italia e vicino alle posizioni di Le Corbusier. Il monumento, di forma circolare, è stato costruito in modo che chi lo guarda possa andare “sottoterra con i morti”, per usare le parole di Bottoni. Quei morti che hanno combattuto per la libertà riposano ora in loculi piazzati lungo le mura interne dell’opera, che al centro presenta una vasca contenente acqua e cinque figure simboliche che si proiettano, appunto, dal basso verso l’alto.