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Abolire il valore legale del titolo di studio? Sì bipartisan e il dibattito si accende

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Sale il numero di fautori dell’abolizione del valore legale del titolo di studio: al punto che nelle passate settimane si sono schierati a suo favore rappresentanti politici di fazioni opposte. Ha iniziato il Ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, annunciando che per arginare il proliferare delle cattedre nelle università e ottimizzare la gestione delle risorse presenterà “una proposta per l’abolizione del valore legale del titolo di studio”: l’azzeramento del titolo di laurea comporterebbe una “virtuosa” concorrenza tra gli atenei. Con un certo stupore, qualche giorno dopo, si è detto pienamente d’accordo con Brunetta il Ministro ombra, sempre della funzione pubblica, Linda Lanzillotta (Pd). Il Ministro in carica non si è di certo lascito sfuggire l’occasione ed ha subito invitato Lanzillotta a firmare la proposta di legge “assieme”.
Prima di Brunetta ci ha pensato però la Lega Nord a passare ai fatti presentando il 9 gennaio un ordine del giorno in Parlamento e ricevendo l’assenso a precedere. A spiegare le ragioni del partito guidato da Umberto Bossi ci ha pensato Paolo Grimoldi, primo firmatario dell’ordine del giorno: secondo cui l’attuale titolo di studio, legalmente riconosciuto, sarebbe alla base della “falsa concorrenza agli atenei del Nord da parte delle università meridionali che si sono trasformate in laureifici”.
Per gli esponenti della Lega la sua abolizione indurrebbe, invece, una concorrenza virtuosa tra gli atenei che darebbero sempre maggiore importanza alla qualità della didattica. La mancanza, inoltre, della necessità del “pezzo di carta” per accedere al mercato del lavoro, implicherebbe la frequenza delle scuole e delle università solo da parte dei ragazzi veramente motivati, con un conseguente miglioramento dell’offerta formativa.
Da un punto di vista giuridico i titoli di studio sono attestazioni di idoneità che si conseguono al termine della frequenza di un corso formativo e sono rilasciati a seguito di esami, atti di giudizio e valutazioni: secondo gli esperti si tratta in pratica di “atti – scrive D. Croce – che, emanati dall’autorità scolastica, nell’esercizio di una funzione statale, ed a seguito di appositi procedimenti valutativi prescritti dalla legge, determinano una certezza legale circa il possesso, da parte dei soggetti che ne siano muniti, di una data preparazione culturale o culturale e professionale insieme”. La richiesta abolizionista si rifà in prevalenza al modello statunitense, dove non vi è alcun controllo statale sui contenuti di studi svolti, come sulla competizione tra le istituzioni formative, sulla valutazione del valore dei titoli affidata interamente al mercato.
Ad opporsi all’abolizione del titolo di studio si sono schierati molti studenti e docenti. Ma anche i rettori: come  Ferdinando di Orio, a capo dell’università dell’Aquila, secondo cui individuare nella legalità del titolo di studio “la causa di formalismi e rigidità che pesano sul nostro sistema universitario” dovrebbe “preoccupare fortemente tutti coloro che hanno a cuore le sorti del sistema universitario pubblico”.
“Queste motivazioni – scrive Iorio in una lettera pubblicata dal periodico telematico Step1, edito della Facoltà di Lingue dell’università di Catania – sembrano tuttavia dimenticare che l’università italiana già compie una spietata selezione degli studenti in funzione di varabili che poco hanno a che vedere con il merito in senso stretto: si laurea l’81,4% di studenti con genitori laureati” e “il 30,2% con genitori con la licenza elementare. E che il nostro Paese non può  assolutamente permettersi di continuare ad essere la cenerentola del Paesi Ocse nel numero di laureati (solo il 17% della popolazione tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea a fronte di una media Ocse del 34%)”.
Per il rettore l’abolizione del valore legale del titolo di studio indurrebbe verso un sicuro “declino culturale” perché “determinerebbe esclusivamente una liberalizzazione del sistema formativo che, accompagnata dalla sua privatizzazione, comporterebbe un’esplosione di corsi privati dall’incerta qualificazione in un ‘mercato formativo’ fatalmente influenzabile da logiche economiche. Con la conseguente necessità di istituzione di un sistema in grado di verificare la qualità dell’insegnamento di ogni sede, certificando percorsi formativi e contenuti didattici”.
Il risultato finale sarebbe quindi, sempre secondo di Iorio, opposto agli intenti: “un provvedimento nato per garantire il superamento di ‘formalismi e rigidità’comporterebbe di fatto una ulteriore burocratizzazione dei percorsi formativi e di tutta l’attività universitaria” derivante da “un corto-circuito logico che, classificando gli atenei in diverse categorie di eccellenza, finirebbe per discriminare gli studenti”.
Secondo il rettore la prospettiva di annullare la legalità del titolo deriverebbe da spinte in prevalenza molto politiche e poco accademiche: “in un sistema di generale precarizzazione del mondo lavoro, la migliore garanzia in grado di assicurare reali condizioni di uguaglianza per tutti i cittadini nell’accesso al mondo delle professioni. Il sospetto è che il vero obiettivo non sia tanto il miglioramento della qualità della didattica e della ricerca universitarie quanto piuttosto l’ulteriore liberalizzazione proprio del mercato del lavoro”. Questa scelta politica sarebbe anche in contrasto sia con il dettato costituzionale sia con le direttive comunitarie “recepite peraltro dal decreto legislativo 206/07, secondo le quali – conclude il rettore – i paesi membri dell’Ue sono tenuti a riconoscere il valore legale di titoli e qualifiche di ciascun altro Paese”.