L’utilizzo dei tools per la didattica risulta oramai parte integrante dell’apprendimento, trasmissione di conoscenze ed acquisizione di competenze specifiche. Tuttavia, attraverso la fruizione di tali sistemi occorre tempestivamente ed obbligatoriamente accettarne il trattamento dei dati personali. Tutte le applicazioni, i portali web che navighiamo e via discorrendo necessitano della lettura ed approvazione circa la Privacy e l’eventuale condivisione dei dati con parti terze, perlopiù con finalità attinenti al marketing e pubblicità. L’interfaccia IA non presenta evidenze pubblicitarie: in molte occasioni si tratta di un portale elementare e sterile ove è possibile avviare una conversazione o effettuare delle richieste. Tuttavia molti esperti mettono in guardia le comunità scolastiche e quei paesi che oramai da almeno un biennio si sono lanciati nell’utilizzo ed esposizione massivi di tali piattaforme in classe. I rischi concernono non solo la riservatezza ma anche e soprattutto l’utilizzo dei dati da parti terze – spesso d’identità e fini sconosciuti.
Negli Stati Uniti, la crescente diffusione dell’intelligenza artificiale nelle scuole K-12 (cioè dalla scuola primaria fino alla secondaria superiore) ha fatto emergere un fenomeno definito “shadow AI”: si tratta dell’utilizzo non ufficiale o non autorizzato di strumenti basati sull’intelligenza artificiale da parte di insegnanti e studenti. Secondo quanto riportato da eSchool News, molte scuole si trovano nella situazione paradossale di voler promuovere l’innovazione tecnologica, ma senza disporre di direttive chiare o risorse per gestirne gli effetti collaterali. Di conseguenza, i docenti spesso si affidano a piattaforme gratuite – come chatbot, generatori di testi, assistenti virtuali – senza una reale supervisione da parte degli amministratori scolastici o una valutazione approfondita dei rischi. Questo approccio “ombra” genera preoccupazioni sul fronte della protezione dei dati degli studenti, della qualità delle fonti, dell’impatto pedagogico e della trasparenza. In assenza di un sistema centralizzato di monitoraggio, ogni scuola adotta strategie autonome: c’è chi vieta l’uso dell’IA in classe e chi invece la incoraggia, anche senza garanzie sulla privacy o sulla sicurezza informatica. Il quadro che emerge è quello di una scuola che corre più velocemente delle sue stesse regole, mettendo in difficoltà anche gli insegnanti più attenti.
In Europa, la situazione si presenta con dinamiche simili, sebbene con approcci più cauti. L’Italia, ad esempio, sta cominciando a introdurre linee guida per l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale nelle scuole, ma manca ancora un impianto normativo vincolante o una formazione strutturata per il personale docente. Alcuni istituti stanno sperimentando strumenti AI per il recupero degli apprendimenti, la correzione automatica o l’organizzazione dei contenuti didattici, ma spesso si muovono su iniziativa individuale, senza una strategia nazionale condivisa. A livello europeo, l’AI Act – attualmente in fase di implementazione – potrebbe rappresentare un punto di svolta, fornendo un quadro regolatorio anche per il settore educativo. Paesi come la Francia, la Finlandia e l’Estonia stanno già sviluppando soluzioni più integrate, coinvolgendo esperti di pedagogia e tecnologia per costruire ambienti digitali sicuri e didatticamente efficaci. Parallelamente, si punta a rafforzare le competenze digitali dei docenti, in modo che possano affrontare l’innovazione non come un rischio, ma come un’opportunità gestita con consapevolezza e spirito critico.