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Anche i Master costano e forse troppo

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Per uno studente che ambisca a proseguire la propria carriera con un master, il costo di un processo di selezione non è indifferente. L’offerta di piani di studio ormai è passata da una scala nazionale a una globale. Virtualmente, le università di tutto il mondo sono pronte ad accogliere studenti provenienti da qualsiasi nazione. Tuttavia, data la potenziale eterogeneità dei candidati, esistono strumenti standardizzati di valutazione. Si tratta di esami di certificazione della conoscenza di una lingua straniera (Toefl e Ielts per l’inglese, per citare due dei più conosciuti) e di test di logica verbale e matematica (Gmat, Gre), somministrati da Ets e Pearson Vue (Ielts escluso), giganti della formazione certificata.
Consideriamo uno studente di economia che, dopo aver conseguito la laurea triennale, voglia proseguire la sua formazione con un Master of Science in Economics, in Europa o negli Stati Uniti. È solo uno dei possibili esempi. Infatti, il discorso si può facilmente estendere alle altre discipline, comprese quelle umanistiche. Vale la pena sottolineare che il sistema di selezione, nelle sue linee generali, è legato alla natura del programma, indipendentemente dall’università che lo offre. A questo proposito, bisogna però aggiungere che in Italia, salvo rare eccezioni (ad esempio la Bocconi), per l’ammissione ai master gli atenei richiedono meno documenti rispetto alla media.
Tra i materiali generalmente richiesti per la compilazione della domanda, i seguenti sono a pagamento:
a) certificato di conoscenza della lingua (qui consideriamo l’inglese);
b) certificato Gre o Gmat;
c) trascrizione del curriculum studiorum in inglese;
d) copia del certificato di laurea;
e) pagamento di una tassa non rimborsabile (non tutte le università la prevedono).
Il prezzo dei certificati di lingua è rispettivamente 240 dollari per il Toefl (circa 177 euro) e 195 euro per l’Ielts. In genere, gli studenti comprano un libro per prepararsi, acquistabile su amazon.it a 25 euro (spese di spedizione escluse).
La tassa di iscrizione al Gre è pari a 185 dollari (137 euro), cui si aggiunge il prezzo del testo per esercitarsi, sempre intorno ai 25 euro. Il Gmat invece costa 250 dollari (184 euro) e per la preparazione vale lo stesso discorso. Inoltre, c’è una tariffa extra da pagare per eventuali cambiamenti della data e per ogni duplicato dell’attestato finale. Questi test hanno una struttura particolare. Per superare con successo le varie prove, è necessario non solo possedere un’ottima conoscenza della lingua – sono somministrati esclusivamente in inglese – ma anche entrare nella logica. Nella maggior parte dei casi, poi, le università impongono un’ulteriore soglia di sbarramento: un punteggio minimo per ogni test. C’è il rischio quindi che lo studente debba sostenere lo stesso esame più di una volta. Considerate le difficoltà, molti ragazzi decidono di frequentare privatamente corsi di preparazione (sono pochi quelli offerti a prezzo ridotto dalle istituzioni pubbliche) o, allo stesso scopo, di prendere lezioni private.
Per avere un’idea dei costi, sarà sufficiente un esempio. A Roma, un centro di lingua offre corsi di preparazione per uno dei citati test di inglese. Il prezzo per 15 ore è di 320 euro mentre per 45 ore è di 730 euro. In generale, la tariffa per le lezioni private va da un minimo di 25 a un massimo di 50 euro l’ora. Bisogna aggiungere poi i costi dei documenti ufficiali. Di norma, bisogna pagare una o due marche da bollo (14,62 euro). Infine, alcune università europee (Ucl, Barcellona Gse) e molte di quelle americane prevedono una tassa non rimborsabile, che in genere varia dai 30 ai 75 euro. Considerando poi che di prassi gli studenti fanno domanda in più atenei, alcuni dei costi si moltiplicano.
Sommando al minimo tutte le voci si ottiene un valore che oscilla tra i 400 e i 500 euro (corsi di lingua/preparazione esclusi). Per molti degli studenti italiani, questa cifra corrisponde a oltre il 100 per cento delle tasse di un intero anno universitario. Già il solo processo di selezione esclude quindi buona parte di coloro che frequentano gli atenei del nostro paese. Gli strumenti standardizzati sono l’unico sistema utilizzato fino a ora dalle università per poter operare una selezione basata su criteri uniformi e trasparenti. Resta però una questione da chiarire. Chi dovrebbe effettivamente sostenere i costi di un processo di questo genere? Se, come accade ora, il sistema fa interamente affidamento sulle finanze private degli studenti, allora le possibilità si chiudono attorno a un cerchio molto stretto. Tra gli esclusi potrebbero esserci ragazzi più o meno brillanti, che però non avranno nessuna occasione di proseguire la propria carriera in un contesto internazionale. Non avranno nemmeno la possibilità di mettersi alla prova con gli altri candidati. Una selezione è di per sé un processo formativo, che contribuisce al percorso di crescita personale. Infatti, una domanda di ammissione prevede un iter laborioso, che richiede un impegno notevole da parte dello studente e un investimento importante in termini di tempo. Bisogna richiedere lettere di presentazione, preparare essays e personal statements: temi in cui bisogna motivare le proprie scelte e presentare i propri obiettivi.
Dovrebbe essere il sistema educativo nazionale a rendere la competizione equa, dotando tutti degli stessi strumenti? Probabilmente sì. Comunque, non si tratta solo di giustizia. Nelle scuole italiane, i test Invalsi hanno già introdotto da qualche anno l’idea di misurazione standardizzata delle competenze. Si tratterebbe quindi di estendere un discorso già iniziato, proponendo nelle scuole un test di logica verbale e matematica in lingua inglese (eventualmente potrebbe essere inserito all’interno delle rilevazioni Invalsi nella scuola secondaria superiore).
Se le università estere riconoscessero questo esame, i benefici sarebbero due. Da un lato, si eviterebbe la moltiplicazione delle certificazioni; dall’altro, gli studenti avrebbero la possibilità di segnalarsi senza dover sostenere privatamente costi aggiuntivi. In questo modo, le prospettive sarebbero realmente – non virtualmente – le stesse per tutti. (da La Voce.info)