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Bullismo a scuola: per il Moige siamo all’anno zero

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“Nelle scuole il fenomeno del bullismo è arrivato a livelli di emergenza, ma la prevenzione è ancora indietro: violenze ed angherie vanno avanti per mesi e spesso si interviene solo quando si manifestano fatti eclatanti”. Così si è espresso il presidente nazionale del Moige, Movimento Italiano Genitori, Maria Rita Munizzi, commentando l’ultimo caso di bullismo avvenuto all’interno della scuola media Maffei di Vicenza lo scorso 12 aprile (ultimo giorno di attività scolastica prima dell’inizio delle vacanze pasquali). Il deprecabile episodio ha visto come protagonista un ragazzo di 13 anni, ferito ad un gomito da un suo compagno di classe con un righello durante la lezione di educazione artistica: la “vittima” era da tempo nel mirino di ben sette compagni perché accusato di non vestire griffato. Qualche tempo prima era stato costretto a togliersi la felpa e mostrare l’etichetta interna dove era riportata la marca definita “fuori moda”. Le ritorsioni non hanno risparmiato nemmeno la madre del ragazzo che qualche giorno prima si era vista prendere a pugni l’auto, sulla quale attendeva il figlio davanti alla scuola.
L’Italia figura al terzo posto in Europa per la diffusione degli episodi di bullismo all’interno delle scuole: “è ora di intervenire in modo organico e serio – afferma Munizzi – perché in gioco c’è lo sviluppo emotivo e psicologico dei nostri figli ed anche perchè gli effetti delle violenze sulla psiche e sul carattere delle piccole vittime sono enormi e di lunga durata”.
Il fenomeno non è certo nuovo. Secondi Munizzi è invece “sempre esistito, ma questo non vuol dire che lo si possa giustificare, anzi, bisogna spezzare il muro di omertà e di sottovalutazione in cui cresce. Ciò è possibile solo cominciando dalle scuole, che sono i luoghi privilegiati del fenomeno: qui i ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo, qui incontrano i bulli e talvolta, per le dinamiche del gruppo, lo diventano loro stessi. Bisogna che gli insegnanti, i presidi, ma anche il personale non docente, così come i genitori, sappiano riconoscerne i segnali ed intervenire nel modo più adeguato. Ma trattandosi di una questione molto delicata – conclude il presidente nazionale del Moige – che investe le dinamiche psicologiche del gruppo e del singolo, tanto della vittima quanto dell’aggressore, è necessario che chi vigila abbia una formazione specifica. Per ora, purtroppo, su questo tipo di prevenzione siamo all’anno zero”.
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