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Concorsi pubblici unica via per entrare nella PA, ma con alcune criticità da risolvere

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Il concorso pubblico deve rimanere la via maestra per entrare nella pubblica amministrazione. Non solo perchè lo prevede la nostra Carta costituzionale all’art.97, ma per garantire la reale pari opportunità a tutti gli interessati.

Eppure, lo sappiamo, di sanatorie è ricca la storia anche recente, magari mascherate da concorsi riservati o da corsi abilitanti. Sanatorie che, in alcune situazioni, sono state obtorto collo una necessità per il mancato rispetto della regolare cadenza dei concorsi.

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Sabino Cassese, noto giurista e giudice emerito della Corte, sul Corriere della Sera ricorda “gli argomenti per aggirare la competizione aperta e decisa secondo il merito”: “l’urgenza, la necessità di smaltire le sacche di precari, le ‘irresistibili’ pressioni dei sindacati”.

Questioni serie, lo sappiamo bene, perchè toccano prima dei posti di lavoro i destini delle persone, le quali, ognuno per il proprio campo, hanno bisogno anzitutto della certezza del diritto, per poter operare le proprie scelte di vita, senza essere tenute a bagnomaria, come avviene ancora in troppi casi, senza prospettive reali di soluzione. Certezza del diritto, dunque.

Cassese, da amministrativista, ci tiene, dall’alto della sua storia e dei suoi 86 anni, a ribadire i fondamentali di una buona amministrazione, quella che, lo ripeto, è chiamata ad offrire una reale pari opportunità in funzione della qualità effettiva del servizio pubblico.

Basta scorrere la sua ultima fatica, edita da Solferino col titolo “Una volta il futuro era migliore. Lezioni per invertire la rotta”, per farsi un’idea concreta della situazione italiana odierna.

E la rotta da invertire è quella, come è facile intuire, di garantire, secondo professionalità e competenza, il servizio ai cittadini, oltre la vecchia autoreferenza che è uno dei mali endemici della nostra storia.

Il problema è che, da qualche anno, precisa sempre Cassese, la logica dello “spoils system” ha portato persone non sempre competenti ai vertici degli uffici pubblici, una fragilità, prima ancora, che abbiamo tutti riscontrato negli eletti al Parlamento e nel governo, e dalla pratica delle cooptazioni nei troppi uffici collegati.

Cassese, dunque, non ha dubbi: “solo con i concorsi c’è la possibilità di scegliere i migliori”. No dunque a qualsiasi tipo di sanatoria, a presunti diritti acquisiti.

Il problema è, lo ripeto, che i concorsi vengano fatti, con cadenza prevista ed in relazione ai posti effettivamente scoperti, più una percentuale per garantire lo scorrimento, ma senza code infinite, cioè secondi tempi limitati.

“In altre parole – precisa sempre Cassese -, i concorsi, cioè la competizione aperta a tutti, e la vittoria decisa sulla base del merito e in maniera imparziale, rispondono a due esigenze, una della società (dare eguale chances a tutti) e una dello Stato (scegliere i più capaci)”.

L’obiezione principale a questo percorso la ricorda lo stesso studioso: “i concorsi premiano gli esercizi mnemonici e la preparazione scolastica”.

E’ a questo punto che emerge l’anello debole: “le prove sono concepite male e vanno cambiate”.

Perchè anello debole? Dalla mia esperienza di presidente di commissione di concorso emerge, per prima cosa, che i bandi di concorso, che delineano il profilo, non sempre sono costruiti bene. In troppi casi sono scritti da persone che non sono mai uscite dai loro uffici ministeriali.

In seconda battuta, il punto più critico riguarda i valutatori, cioè i commissari, reclutati quasi sempre alla meno peggio, senza un riscontro positivo in termini di tempo e di incentivo economico.

Rimane sullo sfondo, infine, la domanda sul merito. Credo che chiarire bene il nesso tra conoscenza di una disciplina, la competenza per poterla svolgere, il requisito, come quello psicologico-attitudinale, per renderla efficace: tutti questi aspetti, alla fin fine, si incrociano con le qualità che i miei studenti, facendo, nella vecchia Alternanza scuola-lavoro, una esperienza di simulazione del colloquio di lavoro, hanno compreso al volo: ogni esperienza di lavoro richiede in sostanza tre, come le ho chiamate, “qualità”: essere competente, appassionato e in continua ricerca, capace di lavorare in gruppo.

Con la parola “merito” potremmo dire tutte queste cose assieme? Non sono, poi, le stesse cose che noi chiediamo quando ci rechiamo in un ufficio pubblico o privato?

Quando manca uno o più di queste “qualità” ne vediamo le conseguenze. Sono le stesse che affaticano, in alcune situazioni, la vita dei vari uffici, comprese le scuole.

Sono criticità, lo ripeto, che derivano, in fondo, dalla mancanza di una delle qualità sottolineate, e che i concorsi dovrebbero portare all’evidenza di una valutazione. Quelle stesse qualità che, a scuola, noi chiediamo agli studenti, al di là delle nozioni o informazioni.

Ma se i concorsi, e chiudo, determinano la scelta in entrata, chi, poi, si assumerà, sempre citando il caso della scuola, il compito di verificare, per tutti (presidi, docenti, personale), la professionalità in itinere?

Continua a sorprendermi, dunque, che il mondo sindacale continui a rimanere lontano dalla domanda di pari opportunità e di equità che i concorsi pubblici, solo i concorsi ordinari, senza cioè sanatorie di vario tipo, sono chiamati ad offrire a tutti.

A quando una riflessione centrata sul valore e sui limiti della attuale situazione italiana? Intanto, a rimanere ai margini sono sempre i più giovani, tanto da costringerli, in troppi, a lasciare il nostro Paese per agguantare un destino più favorevole.

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