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Concorso per Dirigente Scolastico. Lucisano: pedagogia ridotta a un acino

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Concorso Dirigenti scolastici.”Abbiamo bisogno di dirigenti che siano educatori, che sappiano amministrare ma che abbiano a cuore i ragazzi, gli insegnanti e il funzionamento delle loro scuole.” Così Pietro Lucisano, ordinario di Pedagogia Sperimentale, nell’ambito del ciclo di incontri organizzato dal Ministero dell’Istruzione e denominato Ripensare l’educazione nel XXI secolo.

Un importante contributo, quello del pedagogista, nel suo intervento Valutare per apprendere e apprendere per valutare.

Il nodo del concorso per Dirigente Scolastico

Ci spiega Lucisano: “La valutazione del Dirigente Scolastico è un nodo critico del sistema, poiché ci sono cose che misuriamo continuamente e cose che non guardiamo. E invece bisogna accendere la luce su certi aspetti. Serve un sistema che accenda la luce sulle scelte del Ministero.”

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Sostiene ancora l’esperto pedagogista: “Serve un sistema di valutazione che non sia strabico, che non guardi solo ai docenti ma anche a come si prendono le decisioni.” E il suo affondo va dritto al concorso per Dirigente Scolastico: “Oggi i Dirigenti Scolastici vengono reclutati solo sulla base delle competenze amministrative. La pedagogia nel concorso per dirigenti scolastici è ridotta a un acino. E invece noi abbiamo bisogno di dirigenti che siano educatori. Che sappiano amministrare ma che abbiano a cuore i ragazzi, gli insegnanti e il funzionamento delle loro scuole.”

Un intervento di alto profilo pedagogico, quello di Lucisano, che parte da lontano.

“Cosa significa valutare?” ci chiede l’esperto.

“Valutare significa prima di tutto capire perché? Qual è il nostro scopo? La valutazione è la capacità dell’intelligenza di porsi propositi valutando la complessità delle situazioni.”

La metafora del muro a secco

E continua con l’efficace metafora del muro a secco, a intendere la forza della coesione che nasce dalla diversità. Le pietre del muro a secco non sono tenute assieme dal cemento ma dall’andar bene tra loro di pezzi diversi. Insomma, i ragazzi non devono crescere tutti secondo precisi standard uguali per tutti, ma ognuno con i propri.

L’atteggiamento dell’educatore

“Dobbiamo avere un atteggiamento da ricercatori, non da caporali,” afferma, e spiega così la comparazione: “Il ricercatore cerca di capire il mondo e ne è curioso, ha fiducia, è aperto a nuove situazioni, sperimenta. Il caporale cerca di controllare il mondo, è insicuro, sfiduciato, ha paura dei cambiamenti, teme i superiori e svaluta gli inferiori, si affida agli algoritmi e ai protocolli, in cerca di certezze.”

Gli educatori non devono essere persone che trasmettono verità bensì persone che stanno facendo esperienza e dunque insegnano,” dichiara citando Visalberghi.

“Noi dobbiamo sforzarci di osservare la realtà ed essere esploratori. La scienza è uno stile e un metodo, non un insieme di nozioni. Il che vuol dire che dobbiamo misurare con misura, con un abito di equilibrio. La tecnologia non può controllare tutto. Dobbiamo conoscere i limiti delle misure. Nessuno cresce perché lo misuriamo spesso né dimagrisce perché si pesa spesso. Capire cosa vogliamo fare con le misure significa usare risorse in modo intelligente, dare risorse a chi ha bisogno.

Il problema dell’eccesso di dati

La tendenza contemporanea a misurare tutto deve porsi l’obiettivo di capire, non di controllare. I dati sono elementi di una situazione problematica da studiare. I dati non sono assoluti, ma sono relativi a come, quando e perché vengono presi; e risentono emotivamente del modo in cui li abbiamo presi.

Tuttavia i dati alle volte sono eccessivi e ci sfuggono di mano, e finiamo per farci controllare dai dati, ci avverte il pedagogista.

E tornando a ragionare sulla specificità della scuola, ci spiega: “La verità è che i dati cambiano di giorno in giorno, specie nel nostro caso, perché i ragazzi cambiano di giorno in giorno.”

“Noi non riusciamo a osservare la realtà del tutto. La definizione, l’assunzione di indicatori, le statistiche sono tutti sempre strumenti di riduzione della complessità e a forza di ridurre non si capisce più niente. Bisogna avere mente aperta per capire la diversità.”

Riporta quindi l’esempio di quei docenti universitari che scelgono di valutare il ragazzo in seduta di laurea a partire dalla media dei risultati ottenuti nel percorso di 4 o 5 anni: “Una delle cose più stupide da fare è la media tra i voti. Non si sommano pere e mele, è una cosa totalmente priva di senso. Uno studente è ciò che è alla fine del suo percorso di studi, non è la somma dei suoi risultati nel corso del percorso di studio.”

Infine, a chiudere l’appuntamento, la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina.

La chiusura della Ministra Azzolina

La Ministra Azzolina chiude la mattinata dei lavori con alcune considerazioni sulla comunità scolastica: “La comunità scolastica va vista come grande comunità che fa ricerca insieme. L’unica, insieme a quella universitaria, che possa spingere la crescita di un Paese, perché è a scuola che si impara a vivere.”

Quindi porta il focus sulla diversità: “La diversità va valorizzata. La scuola è il luogo delle diversità. Diversità che possano permettere a ognuno di noi di crescere. La scuola deve riprendersi il ruolo di sfida culturale del Paese, di motore del Paese.”

E si congeda con 3 domande:

1) Quali ragazzi vogliamo lasciare in eredità al mondo di domani?

2) Riusciamo a “catturarli”, questi ragazzi? Solo se riusciamo a catturarli riusciamo a limitare la dispersione scolastica.

3) Infine, cosa possiamo fare tutti insieme per far sì che l’uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione possa essere valido e che la scuola riesca ad abbattere tutte le barriere per raggiungere non solo uguaglianza ma equità?

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