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Fermi gli stipendi dei dipendenti pubblici, i peggiori sono di docenti e Ata: a fine anno +5% di inflazione. Lo dice l’Istat

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Gli italiani sono sempre più impoveriti da stipendi che non reggono più l’urto del costo della vita. Anche chi lavora, in particolare nel comparto pubblico. Il dato emerge dagli ultimi numeri prodotti dall’Istat, secondo il quale l’inflazione acquisita per l’anno in corso è pari al 5,2%. A pesare sfavorevolmente ai dipendenti sono i contratti modesti o addirittura fermi da tempo, come nel caso della scuola che attende il rinnovo contrattuale ormai da quasi tre anni e mezzo.

“Nel primo trimestre del 2022 – scrive l’Istat – la crescita delle retribuzioni contrattuali rimane contenuta. La durata dei contratti e i meccanismi di determinazione degli incrementi contrattuali seguiti finora hanno determinato un andamento retributivo che, considerata la persistenza della spinta inflazionistica, porterebbe, nel 2022, a una perdita di potere d’acquisto valutabile in quasi cinque punti percentuali”.

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Pochi i contratti collettivi rinnovati

Meno della metà dei dipendenti può contare su un contratto adeguato.

Alla fine di marzo 2022, sottolinea l’Istat, i 39 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 44,6% dei dipendenti – circa 5,5 milioni – e corrispondono al 45,7% del monte retributivo complessivo.

Durante il primo trimestre 2022 sono stati recepiti 5 contratti: scuola privata religiosa, cemento, calce e gesso, edilizia, mobilità – attività ferroviarie e Rai.

I contratti che, a fine marzo 2022, sono in attesa di rinnovo (tra cui quello dei docenti e Ata della scuola pubblica, fermo a fine 2018) salgono a 34 e coinvolgono circa 6,8 milioni di dipendenti (quasi un milione e mezzo sono docenti e Ata), il 55,4% del totale.

I tempi di attesa per i contratti

L’Istat scrive anche che il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto, tra marzo 2021 e marzo 2022, è aumentato da 22,6 a 30,8 mesi, mentre per il totale dei dipendenti diminuisce lievemente (da 17,7 a 17,0 mesi). Anche in questo caso, la scuola esce abbondantemente fuori dalle medie.

Per quanto riguarda, infine, la retribuzione oraria media, ancora l’Istat rivela che nel periodo gennaio-marzo 2022 è dello 0,6% più elevata rispetto allo stesso periodo del 2021. L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a marzo 2022 segna un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,7% rispetto a marzo 2021.

In particolare, segnala l’Istat, l’aumento tendenziale è stato dell’1,6% per i dipendenti dell’industria, dello 0,4% per quelli dei servizi privati ed è stato nullo per i lavoratori della pubblica amministrazione.

I settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono quelli delle farmacie private (+3,9%), dell’edilizia (+3,3%), delle telecomunicazioni (+2,5%) e del legno, carta e stampa (+2,3%). L’incremento è invece nullo per il commercio, i servizi di informazione e comunicazione, il credito e assicurazioni e la P.A..

La delusione di 1,5 milioni di docenti e Ata

Nella scuola, dove lavorano circa un milione e mezzo tra insegnanti e personale Ata, invece siamo fermi ad aumenti poco superiori ai 100 euro medi lordi a lavoratore, in arrivo con il rinnovo contrattuale 2018-2021 (però ancora da approvare in sede Aran). Mentre per il 2022 siamo fermi a cifre ancora più basse.

Mentre gli aumenti stipendiali legati alla formazione si sono rivelati non somme da inglobare nella busta paga, da considerare “per sempre”, ma forfettarie e, tra l’altro, arriveranno non prima del 2027 e comunque ad una stretta cerchia di docenti.

Sindacati in rivolta

I sindacati non hanno tardato a farsi sentire. Anzi, da qualche giorno hanno fatto intendere che se questi sono i presupposti lo sciopero sarà inevitabile.

I dati Istat sull’andamento delle retribuzioni rispetto all’inflazione “confermano le nostre preoccupazioni e certificano la perdita del potere d’acquisto di lavoratori e pensionati”, ha detto il segretario generale Uil, Pierpaolo Bombardieri.

“Con buona pace del Presidente di Confindustria, – ha dichiarato all’Ansa – bisogna puntare, dunque, sulla politica salariale: è una questione di giustizia, ma anche di efficienza economica perché solo aumentando i redditi fissi si possono evitare il crollo della domanda interna, la chiusura delle aziende e ulteriore disoccupazione”.

Secondo Bombardieri, infine, “bisogna agire sulla leva fiscale, riducendo il cuneo fiscale e le tasse che pesano su salari e pensioni”.

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