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Il prof Franzò e il concorso a cattedra. Quale docente per la scuola 2.0?

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Di fronte a questo piccolo terremoto che ha scosso la scuola italiana, relativamente ai concorsi a cattedra, ci è tornata in mente la nobile figura del prof. Carmelo Franzò, descritta tra le pagine dell’ultimo romanzo di Leonardo Sciascia: Una storia semplice. Ricordiamo il perosnaggio letterario, non solo per la sua profonda sapienza, ma soprattutto per il rigore morale con cui affrontò il caso dell’omicidio del suo vecchio amico, rivelando doti morali ed esistenziali che ci hanno fatto riflettere sul ruolo e la funzione dell’educatore nelle scuola, interrogandoci: e se tutti i docenti fossero come questo professor Franzò? E se tutto il corpo docente avesse una così netta percezione del rapporto che la cultura ha nella vita di ogni giorno, sarebbe diversa la nostra società?

Ma un altro pensiero e un’altra domanda ci pressava: come si sarebbe comportato il nostro personaggio della fantasia sciasciana nella scuola 2.0? Come avrebbe gestito gli esami di stato o un concorso a cattedra di fronte a una raccomandazione visibile o ad un compito presumibilmente copiato? E ancora: quale strategia avrebbe usato per garantirsi la cattedra se questa fosse traballante, poniamo, a causa di poche iscrizioni?

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Si dirà comunque che i personaggi di fantasia hanno poca dimestichezza con la realtà. Tuttavia ci pare, per certi versi, che Franzò sia il prototipo culturale ed educativo di ciò che il “maestro” dovrebbe rappresentare, non solo per l’alunno, ma anche per la società nel suo complesso. Nel senso che tanti comportamenti alla fine possono essere riconducibili all’esempio dell’educatore, oltre che alle sue parole. E Sciascia questo lo sapeva bene, vista la sua vera formazione professionale, quella di maestro, tanto da creare il personaggio del vecchio docente che, con le sue domande, di maieutica socratica, conduce il poliziotto-discente a svelare il mistero.

Pensiamo allora che la funzione docente debba necessariamente recuperare innanzitutto il suo valore e il suo peso culturale, nel senso proprio della sapienza, della conoscenza, quello più pregante dei contenuti. E’ vero tuttavia che la didattica ha valore strategico, ma se essa non è supportata dalla conoscenza vera e tangibile di una solida cultura, qualunque insegnamento soortirà scarso risultato, come dimostra la percentuale scarsissima di libri e giornali comprati nel nostro Paese, di cui la scuola è lo specchio.

 

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Qualunque cosa il Ministero dunque possa ideare, qualsiasi strategia possa inventare per migliorare la qualità dell’insegnamento, alla base di questa architettura è imprescindibile quella “sapienza” che ci ha restituito un prof. Franzò illuminista e illuminato, consapevole del suo ruolo nella società e di quello delle altre istituzioni, indagatore dell’animo umano e interprete delle sue mille varianti. Per educare alla legalità, per educare alla conoscenza, e quindi alla lettura anche del semplice quotidiano, è indispensabile che sia l’educatore innanzitutto “specchio” di tutto questo, sia l’educatore “esempio” di vita improntata al “rigore“ morale e al rispetto intransigente delle Istituzioni, quando esse sono ispirate alla democrazia e alla libertà.

Si possono immettere sul mercato della scuola nuovi e più accattivanti “cicli”, si possono introdurre aule multimediali e mille laboratori, si possono fare cento sperimentazioni, ma la scuola ruoterà sempre attorno al “maestro” che, se non conoscerà il dato reale nelle sue cento sfaccettature, non potrà mai capire e intervenire, per curare e migliorare, ma soprattutto per spingere a cercare la conoscenza che consentiva a Socrate di sapere, almeno, di “nulla sapere”.