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La pseudo deportazione

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La Cgil, la Cisl e la Uil raccontano da anni la storia di un paese che non ce la fa ad arrivare a fine mese, non c’è crescita, non c’è lavoro, il Governo non è in grado di offrire risposte credibili, dicono all’unisono gli esponenti delle sigle sindacali, salvo, poi, invocare la decrescita per ripensare filosoficamente le fondamenta della società.

In una realtà così affranta e depressa ci si aspetterebbe che i lavoratori cogliessero al volo le opportunità che vengono poste loro innanzi. Invece non è sempre così, la storia dei docenti che rifiutano la stabilizzazione perché non vogliono spostarsi dalla propria realtà geografica rappresenta, un sacrificio, che, il personale ATA avrebbe affrontato volentieri, oggi, unico vero comparto scuola abbandonato a se stesso. In tal senso, la cartina di tornasole delle contraddizioni al fondo del sistema comunicativo, fra una retorica allarmista ed una società che, pur gravata da evidenti criticità, non sta così male da mettersi in discussione. Parlare di deportazione dei professori è francamente risibile ed offensivo, uno schiaffo al buonsenso e alla sofferenza di chi ha patito davvero l’esilio violento e forzato. Intendiamoci, il ceto medio si è impoverito ed il potere d’acquisto delle famiglie si è eroso. I problemi dell’Italia sono arcinoti, dall’elevata imposizione fiscale alla scarsa visione d’insieme dei capitalisti nostrani, senza parlare della lentezza decisionale e delle lungaggini burocratiche.

Ma, ad essere colpiti sono gli ultimi anelli della catena, quei lavoratori ombra che nel sommerso o nella precarietà tirano a campare per non tirare le cuoia, senza che alcun sindacalista faccia mai il loro nome, persi come sono dietro le loro retoriche trise e ritrise. Una lezione è arrivata alla Triplice da parte dei lavoratori dello stabilimento Electrolux, la prospettiva di rimboccarsi le maniche a ferragosto era stata vituperata dai sindacati. Il mito della produttività aziendal e non doveva entrare in contrasto con i sacri diritti degli impiegati.

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Tutto giusto, per carità, soltanto che la maggiorazione di 70 euro, con brioche e cappuccino offerti dall’azienda, ha attratto quelle professionalità che da tempo vivevano in cassa integrazione, che pativano la fame reale, non quella patinata venduta tanto al chilo nei caotici talk show. Così chi se ne frega del sindacato, via sotto il solleone a produrre 500 frigoriferi d’alta gamma. Perché, avere un’occupazione, nella società contemporanea, proprio a fronte delle difficoltà in cui versa l’economia vuol dire assumersi qualche responsabilità in più, qualche onore aggiuntivo. Un sacrificio necessario, si sarebbe detto in altri tempi, i lavoratori l’hanno capito, i sindacati no, ma, siamo alle soglie di settembre ed il mito dell’autunno caldo, ventilato di anno in anno da almeno due decadi a questa parte, serve a garantire l’ordinarietà della vita. E, giù col campionario delle idiozie, del t ipo, bisogna riqualificare la spesa, dobbiamo introdurre una patrimoniale, vanno tassate le rendite, bisogna colpire l’evasione, e, tutte quelle ricette generiche, quelle parole al vento che non fanno quadrare i conti, così il sindacato perde se stesso, lasciando i lavoratori senza guide credibili, vecchio e in antitesi con i tempi

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