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L’emergenza Covid mette in crisi gli istituti professionali, saltano i laboratori

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Sono soprattutto gli istituti professionali a dover fronteggiare una situazione oggettivamente difficile sul piano logistico, in particolare per l’organizzazione della parte laboratoriale del percorso didattico, al punto da rischiare la propria identità di “scuole territoriali di innovazione”, in grado di formare “ad arti, mestieri e professioni strategici per l’economia del Paese per un saper fare di qualità” (D.lvo 61/2017).

A lanciare l’allarme sono Confindustria e Confartigianato di Vicenza. “I giovani rischiano di perdere occasioni di lavoro e le imprese di non trovare collaboratori” scrivono le due Associazioni in un comunicato del 1° ottobre 2020.

L’emergenza Covid ha annullato la dimensione operativa

L’emergenza sanitaria ha interrotto la didattica operativa, allontanando gli studenti dai laboratori e dall’esperienza di stage in azienda, riducendo gli apprendimenti alla mera didattica a distanza, troppo teorica e lontana dalla realtà di questi percorsi. “Di riflesso –dicono le Associazioni- manca loro una parte di formazione fondamentale, quella che permette un accesso pressoché immediato, una volta diplomati, nelle imprese. Aziende che, se la situazione non viene risolta, rischiano di non trovare ruoli e figure fondamentali per le loro realtà produttive. Basti pensare ai percorsi: odontotecnico, elettrico ed elettronico, moda, legno, meccatronica, informatica, meccanica, manutenzione e assistenza tecnica, impiantistica. La parte laboratoriale è fondamentale per la formazione degli studenti, che hanno molto risentito degli effetti del lockdown prima e della necessità di una didattica in sicurezza ora”.

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Una riforma partita male e la correzione di rotta del 2017

Il calo di iscritti negli istituti professionali continua da anni, da quando la riforma del 2010 li ha resi tecnici di serie B, meno attrattivi proprio per la riduzione della dimensione operativa, che portava una parte di utenza a sceglierli. Il Decreto legislativo 61/2017 ha tentato una sostanziale inversione di rotta, con la revisione dei percorsi, la ridefinizione degli indirizzi, l’aggregazione delle discipline negli assi culturali e il potenziamento delle attività didattiche laboratoriali. L’obiettivo è di offrire una formazione che prepari a “arti, mestieri e professioni strategici per l’economia del Paese per un saper fare di qualità comunemente denominato Made in Italy, nonché di garantire che le competenze acquisite nei percorsi di istruzione professionale consentano una facile transizione nel mondo del lavoro e delle professioni” (D.lvo 61/2017). C’è inoltre la possibilità di prosecuzione del percorso scolastico con un ITS o all’Università.

I nuovi professionali, ridisegnati nel 2017, sono pensati come “Scuole territoriali dell’innovazione”, con una “funzione di cerniera” tra i sistemi di istruzione, formazione e lavoro. Ma la nuova riforma non ha fatto ora a ingranare, che l’emergenza Covid ha messo in crisi il punto chiave, la formazione nei laboratori, che ha lo scopo di far acquisire concretamente agli studenti le competenze tecnico-professionali, irrinunciabili per le filiere di produzione che ricercano specifici profili.

La voglia di resistere

L’analisi di Confartigianato e Confindustria di Vicenza ha rilevato molti punti critici, ma ha fatto emergere anche molta voglia di resistere.

Ogni Istituto ha cercato di arginare la situazione, ingegnandosi a ottimizzare gli spazi e limitando al massimo la didattica a distanza. I dirigenti scolastici hanno dovuto mettere in campo tutte le loro capacità organizzative e gestionali per conciliare formazione e sicurezza. Tuttavia, il problema degli spazi e dei laboratori resta la priorità. In ballo c’è il futuro dei giovani, ma anche del tessuto imprenditoriale locale. “È indispensabile che parte dei contributi di Next Generation EU vengano destinati al rinnovo dei laboratori degli istituti tecnici e professionali”, afferma Lara Bisin, delegata Scuola di Confindustria Vicenza. “Non possiamo permettere che i giovani imparino su strumentazioni obsolete e magari anche pericolose e allo stesso tempo non si possono lasciare gli istituti soli nell’acquisto del rinnovo macchinari perché non ne hanno la possibilità né è un compito del mondo manifatturiero, noi ci impegniamo ad accogliere gli studenti che escono da queste scuole e completiamo la loro formazione ma la base deve essere di qualità così come accade nel resto del mondo. Per questo motivo i docenti di materie tecniche e laboratoriali devono essere preparati e competenti e devono potersi aggiornare in base ai cambiamenti della tecnologia che si evolve”.

Servono docenti tecnico-pratici preparati e competenti, non “burocrati”

Su questo concorda anche Doriano Zordan, segretario Snals di Vicenza, che fino allo scorso anno insegnava proprio in un istituto professionale. “Gli insegnamenti tecnico-professionali, già in sofferenza per mancanza di macchine e attrezzature al passo dei tempi, hanno bisogno di docenti aggiornati sulle nuove tecnologie, e non di burocrati lontani anni luce dal mondo aziendale e produttivo. Dopo un ventennio di mancati investimenti e aggiornamenti, e dopo i recenti pensionamenti, oggi rimane ben poco di un corpo docente che in passato ha preparato tutte quelle figure professionali che hanno fatto grande il tessuto economico del Veneto. In molti casi quei docenti di laboratorio avevano alle spalle una lunga esperienza in azienda. Oggi, invece, il docente è diventato un burocrate, tutto preso fra riunioni, UDA e PFI”.

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