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L’inferno dantesco e quello del lager

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Due sono i testi fondamentali che hanno tramandato la figura di Ulisse: l’Odissea di Omero e il canto XXVI dell’Inferno della Commedia.

Abbandonato il girone dei ladri, al poeta e alla sua guida si presenta la suggestiva visione di una distesa punteggiata di innumerevoli fiammelle vaganti, simili a lucciole in un tramonto estivo: sono le anime dei consiglieri fraudolenti, tra le quali troviamo Ulisse e Diomede.

Le due figure sono accomunate da un’astuzia maliziosa e da una smodata spregiudicatezza nelle loro operazioni di guerra. Dante li condanna, perché hanno fatto cattivo uso del loro ingegno, adoperato per ottenere con la frode il trionfo in contrasto con le norme morali e religiose.

Tuttavia, dal ritratto che esce dal discorso di Ulisse, Dante ci fa capire tutto il suo rispetto per questo personaggio pagano. Fin dalle prime parole ci fa vedere come al termine della decennale spedizione egli si trovi nel dissidio se scegliere gli affetti, la moglie fedele e il figlio, o se arricchire la sua conoscenza degli uomini e del mondo, che egli definisce un ardore che lo spinge a salpare verso l’ignoto. Il suo non è un semplice gusto per l’avventura, ma una sete di conoscenza per cui sacrifica le cose più care.

Va messo in luce che Ulisse, dopo lunghe peregrinazioni, giunto alle colonne d’Ercole, segnale dell’estremo confine lecito, su cui campeggia la scritta “Non plus ultra”, pronuncia la celeberrima “orazion picciola” ai suoi compagni: il suo desiderio di varcarle non è un gesto di disobbedienza, ma è volontà di far luce sul mistero, una volontà che egli considera un dovere. Indimenticabili sono i versi “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti…”.

È un imperativo, un risoluto richiamo alla qualità essenziale di ogni uomo, che è tale in quanto respinge da sé l’esistenza del “bruto”, aprendosi alla virtù, all’indagine intellettuale fatta di curiosità e finalizzata a nuova conoscenza.

Questa distinzione tra uomo e “bruto” è il punto di arrivo più alto della civiltà da cui è ancora assente Cristo, ma certamente ancora universalmente valido, basti pensare al fondamentale capitolo dedicato a questo passo in “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

Nell’inferno del lager, questi versi risuonano come una rivendicazione dei valori eterni della dignità dell’uomo e della sua sete di conoscenza ed infinito. Ulisse diventa così il fratello di tutti i prigionieri che varcano anche solo in spirito il limite, in cerca di libertà.

Tuttavia nella visione medievale di Dante questo varcare il limite diventa un folle volo destinato a fallire miseramente, in quanto la nave dell’eroe viene inghiottita dalle acque per volontà divina. Secondo il poeta, quel volo è stato folle, in quanto eccessivo, non contenuto entro i limiti della saggezza, poiché Ulisse ha pensato di intraprendere un tale viaggio fidando eccessivamente nelle sue forze, infrangendo così la legge morale, non quella religiosa di un Dio che egli comunque non conosce.

Egli era destinato al fallimento, in quanto il suo valore supremo è l’uomo e non è sorretto dalla grazia divina. Ben altro esito avrà il viaggio di Dante, che procede guidato esclusivamente dalla volontà di Dio.

Resta comunque il fatto che Ulisse è un illuministico eroe tragico dell’essenza più profonda dell’uomo: il desiderio di conoscenza, quello stesso per cui Adamo ha perso il Paradiso e ha commesso il peccato originale.

Come dice Umberto Saba, è stato “della vita il doloroso amore” a spingere questi individui alla rovina e per tale motivo ci sentiamo tanto vicini a loro come Dante del resto, commosso spettatore.

Michele Marassi