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Manifesto per la scuola nuova

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Il Manifesto per la nuova Scuola è un documento elaborato da un gruppo di insegnanti di tutta Italia coadiuvati da esperti dell’età evolutiva, appartenenti al movimento “La nostra scuola”, che è stato sottoscritto da moltissimi docenti universitari e da intellettuali come Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Mario Capasso, Ivano Dionigi, Chiara Frugoni, Carlo Ginzburg, Francesco Guccini, Edoardo Lombardi Vallauri, Vito Mancuso, Dacia Maraini, Ana Millan Gasca, Tomaso Montanari, Filippomaria Pontani, Adriano Prosperi, Massimo Recalcati, Lucio Russo, Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky.

Si tratta di una proposta organica di rilancio di una scuola che tenga insieme le dimensioni tra loro interconnesse dell’istruzione, della relazione e della crescita umana, che restituisca un significato profondo alla funzione dei docenti nell’ambito del rapporto intergenerazionale e della trasmissione culturale, che liberi il processo educativo dalla spaventosa ipertrofia burocratica che ne soffoca la sostanza, che eviti i totalitarismi e i conformismi metodologici, che riporti al centro l’ora di lezione, il sapere e la passione conoscitiva, la concreta attività didattica – in un “corpo a corpo” continuo tra insegnanti e studenti basato soprattutto sulla parola -, per contrastare la diffusione a macchia d’olio dell’analfabetismo tra le nuove generazioni, acuita da vent’anni di disastrose riforme e dal lungo periodo di sospensione dell’attività didattica in classe.

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Questi, in sintesi, i contenuti del manifesto:

1) La scuola come luogo della relazione

La scuola è il luogo della relazione e del rapporto intergenerazionale, e si occupa delle persone in crescita, non di entità astratte scomponibili e riducibili a una serie di “competenze”. La retorica delle competenze, nata in ambito aziendale e lavorativo, non può infatti applicarsi ai processi lunghi e non lineari dell’apprendimento e della crescita.

2) Per una scuola della conoscenza

Per svolgere il compito che le è affidato dalla Costituzione, la scuola pubblica deve essere incentrata sulla conoscenza e sulla condivisione del sapere, sulla continua rielaborazione e attualizzazione dei contenuti culturali, oltre che sul rispetto delle esigenze psico-fisiche di crescita dei giovanissimi. Solo un’istruzione ampia e sostanziale – a partire da una reale e approfondita alfabetizzazione – può contribuire alla formazione di cittadini colti, liberi e consapevoli, necessaria alla sopravvivenza della democrazia stessa.

3) Un giusto rapporto tra mezzi e fini

Se è vero che la scuola deve essere fondata sulla conoscenza, sul sapere, sullo studio, tutti gli strumenti e i metodi dell’insegnamento, compresi quelli legati all’uso delle tecnologie digitali, devono rimanere o ritornare a essere dei semplici mezzi, da utilizzare non a prescindere ma se e quando le necessità della condivisione dei contenuti culturali lo richiedano. Non bisogna mai dimenticare che i primissimi strumenti di ogni insegnante, gli unici realmente indispensabili, sono la parola e la relazione.

4) Il mancato coinvolgimento degli insegnanti nelle “riforme” degli ultimi vent’anni

Poiché la scuola pubblica ha come finalità l’istruzione e la formazione umana e culturale delle persone in crescita, i decisori politici, prima di ipotizzare qualunque “riforma”, dovrebbero interloquire con gli esperti della trasmissione culturale e quelli dell’età evolutiva – insegnanti, psicoanalisti, intellettuali, educatori – e non con i rappresentanti di associazioni private – Fondazione Agnelli, Treelle, Anp – che rappresentano e perseguono appunto interessi privati.

5) Il reclutamento e la formazione degli insegnanti

La formazione e il reclutamento degli insegnanti devono avere al centro la preparazione culturale, la conoscenza approfondita e di prima mano dei contenuti disciplinari, – solo degli autentici esperti possono infatti trasmettere agli studenti la passione per il sapere e per le singole discipline – la motivazione e la propensione all’insegnamento, alla condivisione culturale e alla relazione con le persone in crescita.

6) Restituire centralità all’ora di lezione

Se si vuole recuperare il tempo perduto in vent’anni di disastrose riforme e durante la pandemia, e reagire alla diffusione a macchia d’olio di un grave analfabetismo tra le nuove generazioni, occorre eliminare tutto ciò che non è apprendimento e insegnamento, compresi progetti superflui (mentre andrebbero potenziati quelli indispensabili come lo sportello d’ascolto psicologico e l’insegnamento dell’italiano agli studenti stranieri), percorsi PCTO obbligatori, test Invalsi e tutti quei documenti in cui la descrizione astratta e burocratica dell’insegnamento prende il posto dell’insegnamento stesso, in una continua e paradossale certificazione del nulla. Occorre eliminare tutte le attività burocratiche inutili che sottraggono tempo, attenzione ed energie agli insegnanti, che devono dedicarsi esclusivamente all’insegnamento; la scuola deve essere incentrata sui contenuti disciplinari, sul loro apprendimento, sulla loro attualizzazione, sulla loro rielaborazione, sul ‘gioco’ delle idee e delle conoscenze.

7) Rivedere l’intero impianto fallimentare dell’ “autonomia scolastica”

L’ “autonomia scolastica”, da oltre vent’anni a questa parte ha trasformato la Scuola pubblica nazionale, – “organo costituzionale della democrazia”, nelle parole di Calamandrei – in una serie di para-aziende in concorrenza tra loro per la conquista della clientela, in progettifici, in centri di potere e di proliferazione burocratica fine a se stessa. È indispensabile invece restituire alla scuola l’orizzonte pubblico, democratico e nazionale che le è proprio, in modo che nessuna finalità estranea all’insegnamento/apprendimento possa interferire con l’unica attività che la scuola è chiamata a compiere, quella cioè di istruire ed educare.

8) Un diverso rapporto numerico tra studenti e insegnanti

Infine, occorre fare ciò che tutti annunciano e nessuno realizza: diminuire nettamente il numero di studenti per classe, in modo che gli insegnanti possano davvero dedicare tempo e attenzione alle esigenze di ogni studente; occorre anche smontare l’illusione secondo la quale gli strumenti digitali permetterebbero agli insegnanti di seguire un numero ancora maggiore di studenti. È vero esattamente il contrario: la “didattica a distanza” ad esempio, largamente inefficace con le persone in crescita, visto che per bambini e adolescenti non esiste apprendimento che non passi per la relazione e per continui feedback verbali e non verbali, richiederebbe semmai un rapporto uno a uno tra studenti e insegnanti, per poter avere una sia pur limitatissima validità.