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Occupazioni studenti, nelle scuole “liberate” si contano danni e vandalismi: i giovani rischiano denunce penali, multe e 5 in condotta

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A pochi giorni dalle vacanze natalizie continuano a tenere banco le occupazioni studentesche degli istituti: dopo il 2020 “sabbatico”, con la DaD che ha imperversato dal mese di ottobre non permettendo agli studenti di intraprendere alcunché, nelle ultime settimane i giornali locali ci hanno raccontato di un numero sempre maggiore di istituti superiori occupati. Alla fine, sommando le varie iniziative, durante in media non più di una settimana, disinfestazione compresa, le occupazioni sono state non più di 50. Un numero tutto sommato contenuto, se pensiamo che in tutta Italia le scuole superiori autonome sono quasi 1.100.

Poche scuola, tanto clamore

Il 5% scarso di scuole secondarie di secondo grado occupate è bastato però per fare un gran rumore. Perché le iniziative si sono svolte in piena pandemia, con restrizioni crescenti: l’obbligo del Green pass da mesi e del vaccino da alcuni giorni ha infatti creato un clima oppositivo verso le proteste (seppure legittime e più che motivate) degli studenti.

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Alcuni dirigenti scolastici, appena informati dell’occupazione della loro scuola, non si sono fatti scrupoli nel chiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Le quali, dopo avere denunciato gli studenti, per una serie di reati che vanno dall’occupazione del suolo pubblico all’interruzione del diritto allo studio, hanno pure comminato loro la multa prevista per gli assembramenti in dispregio delle norme anti-Covid: una multa che parte da 400 euro e arriva a 1.000.

Il “buonismo” non paga

Non tutti i presidi, però, se la sono sentita di calcare la mano. E hanno preferito la via del dialogo, arrivando a “patteggiare” la fine dell’occupazione, senza strascichi. La via del buonismo, però, non sempre ha pagato. Vale per tutti la storia del liceo Pilo Albertelli di Roma, la città dove si contano più occupazioni.

Venerdì 17 gli studenti occupanti hanno lasciato l’istituto superiore romano. Ma subito dopo la “liberazione” dello stabile, preside e prof hanno scoperto cumoli di sporcizia, muri e soffitti imbrattati, libri, banchi e mobili rovinati, come pure le macchinette distributrici e altri dispositivi dell’istituto.

I prof non l’hanno presa bene. Anche perché si sono ritrovati a contare i danni della terza occupazione dell’anno. Per dire “basta”, i docenti hanno fotografato i danni e scritto una lettera, nella quale hanno chiesto “che venga doverosamente restituito il diritto al corpo docente dell’Albertelli di svolgere il proprio lavoro, ovvero insegnare”, e “il diritto agli studenti, ai nostri giovani, di imparare”.

La lettera-denuncia di docenti romani

Hanno condannato “l’impiego di modalità non idonee” che “negano il diritto allo studio portando avanti proteste con motivazioni pretestuose e metodi illegali”.

“Il nostro appello – hanno scritto ancora i prof dell’Albertarelli – è un grido di dolore e una richiesta di aiuto perché al momento constatiamo di essere soli nell’affrontare questa difficile situazione”.

I docenti hanno quindi pubblicato le foto dei “banchi danneggiati e poltrone sventrate” e del “vandalismo” attuato “su mobili e teche antichi e di pregio” e “nei bagni”, come pure degli “accumuli di immondizia e sporcizia” e dei “libri dei docenti danneggiati” fino alla “macchinetta distributrice distrutta”.

Chi rompe paga? Non è detto

Chi pagherà i danni prodotti? I responsabili, naturalmente.

Ma vi sono anche casi nei quali le scuole non sono in possesso dei nominativi degli studenti che hanno occupato. Allora, i dirigenti potrebbero chiedere un contributo (non obbligatorio) a tutta la comunità scolastica. Con più di una protesta, prodotta da chi ha subito un doppio “danno”: la mancata attività didattica e poi pure le spese per riparare i danni alla scuola prodotti da altri (in alcuni casi nemmeno compagni di scuola, ma giovani esterni, non iscritti all’istituto, ma entrati solo per devastarlo approfittando proprio dell’occupazione).

Giannelli (Anp): individuare chi ha occupato le scuole

“È particolarmente amaro e desolante vedere le immagini della devastazione perpetrata ai danni del liceo Albertelli e di tutta la collettività”, ha commentato Antonello Giannelli, presidente Anp. “Occorre far comprendere la violenza di atti simili e occorre che la comunità scolastica tutta collabori per individuare i responsabili che dovranno risponderne alle autorità preposte. La scuola è di tutti e tutti ne dobbiamo essere custodi, garantendo il servizio che mai, come in questi anni, ha dimostrato il proprio immenso valore”, ha concluso Giannelli.

Cosa rischiano gli “occupanti”

Le richieste di Giannelli sembrano avere avuto un seguito: in diverse scuole, infatti, i dirigenti scolastici hanno deciso di denunciare penalmente i leader delle occupazioni attuate nelle loro scuole. In diversi casi, polizia e carabinieri hanno comminato le “salate” multe per assembramento.

E sembra che (dopo il sì degli organi collegiali) scatterà in automatico anche il 5 in condotta della scuola, almeno per il primo trimestre o quadrimestre, per tutti gli studenti che si sono resi artefici delle occupazioni.

Tre manifestazioni in pochi giorni

Gli studenti, però, non si sono limitati ad occupare gli istituti. Giovedì 16 dicembre, con Cgil e Uil, alcune migliaia di studenti sono scesi in piazza in cinque città. Qualche giorno prima, il 10 dicembre, lo avevano già a fatto a Roma in occasione dello sciopero della scuola, al quale hanno partecipato quasi tutte le sigle sindacali di comparto.

Venerdì 17 altri 5.000 studenti sono tornati nelle vie della capitale, proprio a seguito delle occupazioni studentesche delle ultime settimane. Si sono recati verso il ministero dell’Istruzione: lo slogan scelto è stato “Scuole, fabbriche, piazze: insorgiamo!”.

Le proteste della Gioventù Comunista

Il Fronte della Gioventù Comunista ha spiegato che sono scesi in “piazza contro il PNRR, un piano che accelera il processo di aziendalizzazione dell’istruzione, contro lo sfruttamento nei PCTO, gli scaglionamenti orari, le carenze strutturali dell’edilizia scolastica”.

I giovani comunisti hanno chiesto “un serio piano di investimenti sulla scuola che sia scritto con gli studenti e non al tavolo con banche e grandi imprese. Queste misure vogliamo poterle discutere in dei tavoli tra studenti e Ministero, Regione, Prefettura e Città Metropolitana”.

Resta ora da capire se la mobilitazione e l’impegno politico si esaurirà, come in passato, con l’arrivo del nuovo anno.

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