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Per tornare a scuola la tecnologia non basta

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Non è solo la tecnologia che potrà cambiare la scuola e favorire la sua riapertura.

Il cambiamento radicale che richiede la scuola del Terzo Millennio non può consistere solo nel fare da casa ciò che si faceva a scuola, già con molta difficoltà: lezioni puramente trasmissive e retribuzioni in termini di voti, che sono ciò che rende la scuola poco gradita e che induce molti a fare le verifiche copiando o che spinge i genitori dei più piccoli a fare le verifiche al posto dei figli nella didattica a distanza. Può essere utile dare uno sguardo all’articolo comparso su adnkronos il 9 maggio 2020, in cui la frase più significativa è: “Prof. rassegnatevi…. La scuola che pensa solo e sempre a giudicare non funziona.”

Se l’obiettivo è solo prendere un bel voto allora copiare è coerente con l’obiettivo e con il principio del minimo sforzo per il massimo risultato, per quanto moralmente scorretto.

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Ci si chiede peraltro quanto sia corretto continuare a chiedere agli studenti di acquisire passivamente nozioni, mettendo al centro del sistema scolastico i programmi, ovvero i contenuti dei libri di testo, quando da decenni le ipotesi di lavoro sono altre e in tempi più recenti le evidenze scientifiche nell’ambito delle scienze dell’educazione hanno dimostrato che si impara meglio se al centro dei percorsi di apprendimento ci sono gli studenti, con i loro bisogni educativi di acquisizione di competenze e tra queste anche di competenze sociali, da sviluppare con attività di tipo cooperativo.

Se questa pandemia può avere insegnato qualcosa sul modo di fare scuola questo dovrebbe essere il fatto che la scuola non si può svolgere solo in aula o solo con la didattica digitale a distanza e solo per ottenere voti accettabili, ottenibili ancor più facilmente in DAD.

La scuola si può svolgere anche fuori dalle aule, all’aria aperta o nelle realtà culturali, sociali ed economiche del territorio, in un’ottica di costruzione attiva del proprio sapere e non solo di ricezione di informazioni da accumulare e ripetere per ottenere la retribuzione ambita.

Dovremmo pensare ad una scuola che passa attraverso la scoperta, la curiosità, la passione per attività che riescano a mettere in gioco diverse abilità, permettendo così lo sviluppo, la partecipazione e la gratificazione di tutti gli studenti, qualunque sia il loro tipo di intelligenza, il loro stile di apprendimento e la loro provenienza sociale, economica e culturale.

Occorre investire, e molto, nella formazione degli insegnanti e anche nella formazione di coloro che stanno per accedere ai concorsi, altrimenti la scuola italiana continuerà a decadere in un momento in cui il suo ruolo è fondamentale per la sopravvivenza di tutti (vedi anche la Lettera aperta alla ministra dell’istruzione).

Una formazione che non può limitarsi alla didattica digitale, ma deve anche, e soprattutto, aiutare a sviluppare una didattica innovativa che consideri il territorio un luogo di apprendimento in un approccio interdisciplinare e significativo, realizzando compiti di realtà, che richiedano conoscenze a abilità inerenti diversi ambiti disciplinari in una dimensione integrata, per un’integrazione dei saperi che conduca all’integrazione/inclusione di tutti gli allievi.

Se al momento della riapertura delle scuole ci limiteremo ad avere mezza classe in aula e mezza a casa davanti a uno schermo avremo trovato la soluzione più facile ed economica ma non una soluzione in grado di costruire cittadini del futuro, perché, come dice Joseph Stiglitz nell’intervista comparsa sulla rivista Robinson de La Repubblica di venerdì 1° maggio 2020: “Da questa epidemia possiamo imparare l’importanza della scienza, Il ruolo strategico del settore pubblico e la necessità di azioni collettive per evitare i disastri delle disuguaglianze, della negazione dell’accesso all’assistenza sanitaria come diritto umano fondamentale e i pericoli di una economia di mercato dalla vista corta incapace di resilienza. La pandemia è una crisi che il mondo deve fronteggiare unito, così come la crisi climatica. Tutto questo richiede la cooperazione globale.”

E allora ai nostri studenti non possiamo solo insegnare a riempirsi di conoscenze acquisite passivamente, ma dobbiamo insegnare anche ad utilizzare queste conoscenze per comprendere ed interpretare la realtà con pensiero critico, sviluppato anche attraverso il confronto cooperativo, considerando il pianeta come una casa di cui tutti dobbiamo prenderci cura, e l’umanità come la comunità di cui tutti facciamo parte, nel rispetto delle culture locali, ma anche dei diritti umani fondamentali universali.

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