Home Attualità Quali “competenze” possono salvarci dal disastro climatico senza conoscenza e studio?

Quali “competenze” possono salvarci dal disastro climatico senza conoscenza e studio?

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Gli esperti confermano: l’ondata di gelo polare, calata pochi giorni fa sull’Italia dall’Artide, è paradossalmente dovuta a un riscaldamento anomalo e straordinario (+90° rispetto alla media) della stratosfera terrestre, definito SSW (Sudden Stratospheric Warming) o stratwarming.

A questa notizia fa da pendant un’altra, recentissima: il 2018, appena trascorso, è stato l’anno più caldo mai registrato. Lo rivela l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Isac).

Non ci stanchiamo di dirlo: la situazione climatica planetaria è grave. È necessario creare, a cominciare dalla Scuola, un’opinione pubblica preparata sull’argomento, che faccia pressione sui governi affinché le emissioni da combustibili fossili siano finalmente abbattute.

Vorranno i governi limitare i combustibili fossili?

Il 24 marzo 2016 Antonio Cianciullo scrive sul quotidiano Repubblica: «Gli incentivi a petrolio, carbone e gas crescono, quelli alle fonti rinnovabili diminuiscono. Nel 2012 erano entrati in esercizio quasi 150mila nuovi impianti fotovoltaici, mentre nel 2014, anno di insediamento del governo Renzi, i nuovi impianti entrati in esercizio sono stati appena 722. Non va meglio con i posti di lavoro: secondo uno studio redatto da Althesys, in Italia entro il 2030 si potrebbero garantire oltre 100mila posti di lavoro nel settore delle rinnovabili – cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia – mentre, al contrario, nel 2015 se ne sono persi circa 4mila nel solo settore eolico».

Contro la catastrofe molte bellissime ciarle

Da noi, quindi, contro il global warming solo chiacchiere (come nei confronti di molti altri problemi), mentre le scelte politiche reali vanno in direzione specularmente opposta. Si potrebbe creare posti di lavoro e persino arricchirsi nel contrastare l’inquinamento e la catastrofe: ma ciò sfavorirebbe chi già è ricco grazie al petrolio. Dunque non si fa. Punto.

Con ansia (e sempre più fievole fiducia) si aspettano novità dal “Governo del cambiamento”.

E pensare che già Costa Rica, Danimarca, Islanda e Norvegia non usano più nemmeno un grammo di combustibile fossile per produrre energia, ma solamente fonti rinnovabili. Evidentemente è possibile affrancarsi dalla schiavitù delle multinazionali. Solo se lo si vuole, naturalmente. E se non si mangia nel loro stesso piatto.

Ad alta velocità verso il punto di non ritorno

E intanto il clima continua rapidamente a surriscaldarsi, i terreni a inaridirsi, ad essere spazzati ed erosi da piogge rare e torrenziali, mentre i ghiacciai si sciolgono, il livello dei mari cresce, causando la salinizzazione progressiva delle falde acquifere costiere e preparando la futura desertificazione di immense distese agricole. Incalcolabili le conseguenze sull’approvvigionamento alimentare mondiale. Imprevedibile (o meglio, prevedibilissimo) l’impatto sanitario della diffusione di insetti e malattie tropicali, della diminuzione dell’acqua potabile, dello spostamento di milioni e milioni di profughi ambientali che andranno ad aggiungersi a quelli che fuggono da guerre e carestie.

Da diversi anni nel Mar Mediterraneo sono penetrati dal Mar Rosso, passando per il canale di Suez, organismi viventi di specie tropicali; essi si sono potuti facilmente adattare perché il Mediterraneo si è fortemente riscaldato (come mai prima in età storica). Varie specie termofile (ossia “amanti del calore”), che prima potevano vivere soltanto sulle coste dell’Africa settentrionale, abitano ora stabilmente tutti i mari italiani (compresi il Mar Ligure e le coste venete e friulane). Nel Mediterraneo orientale i danni all’ambiente sottomarino sono consistenti e gravi, perché alcune specie “aliene” provocano l’estinzione di quelle autoctone. È il caso della caulerpa racemosa, penetrata dal canale di Suez fin dal 1926: un’alga tropicale che sta distruggendo le praterie di posidonia oceanica.

Il cittadino comune potrebbe pensare che la cosa non lo riguardi. Si dà il caso, però, che la posidonia oceanica è importantissima per la sopravvivenza dell’ecosistema. Infatti, essa dà copertura ed è area di riproduzione per molti pesci, bivalvi, cefalopodi, echinodermi e gasteropodi, cui offre un’imprescindibile area di riproduzione. Quindi, una volta distrutte le praterie di posidonia oceanica, l’indifferente uomo comune di cui sopra sarà finalmente costretto a smettere di satollarsi di pesce, perché nei mari del pianeta non se ne troverà più.

Inoltre la posidonia oceanica è importantissima perché consolida i fondali ed attutisce la forza di correnti ed onde, impedendo l’erosione delle coste (altro problema sempre più evidente anche in Italia); le sue foglie producono 20 litri di ossigeno al giorno per ogni metro quadrato di prateria.

Altra specie alloctona tropicale che sta distruggendo il Mediterraneo è la caulerpa taxifolia, comunemente nota col significativo nomignolo di “alga killer” per i suoi effetti sull’ecosistema.

Può salvarci la “Scuola delle competenze”?

Con una situazione simile, ha ancora senso teorizzare e costruire una Scuola che non miri alle conoscenze, ma esclusivamente alle “competenze” desiderabili per il mondo dell’impresa privata? Ha senso che la Scuola sia il luogo dove i figli del popolo studino soltanto il minimo indispensabile per lavorare?

Anche chi lavora con le mani è un essere umano, ed ha bisogno di imparare non il semplice fare, ma di umanizzarsi attraverso lo studio “puro” e la cultura disinteressata. E non è forse vitale instillare nelle giovani generazioni la consapevolezza che è loro interesse — appunto — vitale che il loro orizzonte mentale non si fermi al tetto di casa propria ed al proprio smartphone? Non è forse questo il momento di comprendere che la società umana deve cessare di essere un allevamento di polli, da spennare perché destinati — purtroppo ormai anche in senso letterale — all’arrosto?