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Rendere cosciente ciò che prima era ignoto e perfino inconscio, incide poco sui fatti

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Sempre più scarso e decrescente interesse per l’esplorazione interiore, per lo scavo teso alla conoscenza del cosiddetto profondo, cosicchè il nuovo millennio sembra annunciare la morte di Sigmund Freud.  Lo sostiene Giovanni Maria Ruggiero su www.stateofmind.it. Si sarebbe persa, in altre parole, fiducia nel potere taumaturgico della conoscenza. L’atto del conoscere, del sapere come è fatta una cosa, è considerato meno curativo e meno capace di mutare l’ordine delle cose per sola virtù propria.

Sarebbe questo un secolo sempre più incredulo il quale, contrariamente al ‘900 che aveva voltato le spalle alle grandi teologie in nome della conoscenza critica, dissacra anche la conoscenza stessa, svalutandola a gioco intellettualistico.

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Non basta sapere per cambiare. E perché mai un processo dovrebbe mettersi in moto dopo che la mente umana l’abbia conosciuto? Dopo la scuola del sospetto di Marx, Freud e Darwin, è l’ora di sospettare anche di costoro.

E se si sospetta di Marx e Freud, Darwin appare inattaccabile perché aveva ben poco a che fare con gli altri due, un britannico contro due mitteleuropei. I quali, con tutto il loro illuminismo, avevano cercato di rivelare un’essenza, una metafisica sia pure materialistica del mondo. Cercavano una spiegazione definitiva che potesse cambiare il mondo una volta che si fosse rivelata alla mente umana. Mentre Darwin si limitò a descrivere un modello, sia pure di grande respiro. Darwin descrisse delle funzioni, non cercò delle essenze.

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Si tratta, spiega Ruggiero, di prendere atto che oggi nessuno crede più nel potere taumaturgico del conoscere. Sapere, rendere cosciente ciò che prima era ignoto e perfino inconscio, incide poco sui fatti, o comunque molto meno di quel che si pensi. Sapere che la nostra vulnerabilità di oggi dipende da relazioni familiari difficili di ieri è solo un passetto verso il cambiamento. Nel ‘900 capire la psiche poteva sembrare una grande innovazione, e lo fu. Solo che era solo il primo passo e non portava automaticamente a risultati tangibili. In seguito la psicoterapia ha tardato a sviluppare modelli operativi facilmente descrivibili e di chiara efficacia, cosicchè lo scavo interiore infinito alla lunga è diventato mortificante. Si è arrivati al limite di cinque sedute a settimana per anni, laddove Freud faceva terapie di pochi mesi.

Il nocciolo è che al volgere del millennio si è capito che le soluzioni stanno in un altrove rispetto all’esplorazione e alla comprensione. Capire le cose può essere importante, ma occorre farlo solo un po’, in economia, mentre per trovare una soluzione pratica a ciò che non va si deve volgere il capo altrove.

Dapprima il crollo definitivo della cultura europea alla fine del ‘900 e poi è sparita l’ultima generazione di filosofi francesi, ovvero europei, di statura mondiale e da allora la cultura l’hanno fatta solo i Paesi anglosassoni. Puntando non su Marx e Freud, idoli da studenti (specialmente il primo), ma su prodotti popolari e industriali di grande impatto, cinema in prima linea.

E infine l’ultima botta è stata proprio l’emergere del pensiero orientale. Il quale, a onta delle supposte differenze, ha rivelato una insospettata affinità con il pragmatismo anglo-sassone. Non è un mistero che il pensiero cinese sia del tutto allergico alle speculazioni sistematiche e metafisiche di stampo europeo. Confucio era un maestro di morale pratica, insomma un civilizzatore che insegnava le buone maniere al popolo. Ed è poi con il Buddha che si ha il matrimonio tra psicologia e pragmatismo anglo-sassone e orientale. Matrimonio forse d’amore che trasforma la psicoterapia rendendola una pratica meditativa in cui ci si addestra a governare la mente in maniera distaccata svalutando il momento della comprensione. È nato una sorta di paradigma anglo-indiano, o anglo-tibetano, che ripudia definitivamente la passione europea per il speculazione intellettualistica a rischio di essere sempre fine a se stessa. In psicoterapia questo movimento corrisponde all’emergere delle terapie di processo, terapie in cui oltre a capire cosa è accaduto ci si dedica molto ad esercitarsi, esercitarsi a cambiare attitudini e abitudini mentali.