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Riduzione delle superiori a 4 anni, i Ds coinvolti dicono che si può

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Chi l’ha detto che ridurre le superiori da 5 a 4 anni priverà solo i nostri giovani di 200 giorni di offerta formativa, esponendoli precocemente al contatto con università, specializzazioni post-diploma o università? Chi l’ha detto che dietro non c’è alcun modello pedagogico e solo la ferma intenzione di tagliare decine di migliaia di posti tra docenti e Ata? A sostenere il contrario sono i dirigenti scolastici che hanno preso parte alla sperimentazione, voluta dal Miur, che ha coinvolto sette istituti superiori (quattro paritari e tre statali). Il loro pensiero è emerso anche rispondendo ad un sondaggio presentato il  24 gennaio nel corso del convegno svolto alla Camera “Diplomarsi con successo a 18 anni”, promosso da Milena Santerini (Per l’Italia).
Scorrendo i fattori di forza della sperimentazione, i ds hanno indicato il maggiore collegamento tra scuola e mondo del lavoro, la presenza di docenti motivati e competenti, di curricula individualizzati, differenziati e arricchiti. Oltre che di didattiche progettate per competenze trasversali.
Dal sondaggio, realizzato da Pietro Bosello, anche lui dirigente scolastico, oltre che ricercatore dell’università Cattolica, sono emersi anche altri fattori considerati come valore aggiunto alla riduzione annuale delle superiori:l’aumento delle ore di lezione settimanali, la possibilità di decidere dopo il primo biennio l’indirizzo di uscita, lo stretto raccordo con le scuole di provenienza.
Non sono mancate, comunque, le criticità. Ad iniziare dai tempi lunghi per ottenere dal ministero dell’Istruzione le autorizzazioni, l’incertezza sulla forma dell’Esame di Stato, le modalità di rimodulazione delle discipline e dei contenuti, le resistenze a rompere alcune rigidità del sistema attuale.
Occorre, ha concluso Santerini, ”ripensare il sistema scolastico secondario di secondo grado” con l’obiettivo ”di potenziare i sistemi di orientamento per la scuola secondaria di secondo grado e per la scelta lavorativa o universitaria, diminuire di un anno il secondo ciclo di istruzione e aumentare la sinergia tra scuola e mondo del lavoro”.
”Non si tratta di concentrare la programmazione in quattro anni – ha tenuto a precisare Giuseppe Colosio, del collegio ‘San Carlo’ di Milano, che ha avviato la sperimentazione con cinque classi – ma di ottimizzare il percorso di studi centrando la didattica sull’alunno. In questo modo si dà più attenzione agli studenti più deboli e più libertà di approfondimento agli altri”. Questa sperimentazione, ha aggiunto, non riduce il numero degli insegnanti, ma consente di impiegarli in modo completo per la diversificazione della didattica. Senza innovazione c’è il rischio di perdere gli studenti eccellenti, che potrebbero preferire lo studio all’estero”.
Un plauso anche alla modalità di valutazione, che è ”ben scandita – ha concluso il ds – le lezioni sono piene, non sono interrotte da interrogazioni o verifiche fino alla fine di un modulo”.
Resta da capire, però, se un impianto di questo genere possa essere adottato da tutte le scuole superiori. In particolare, quelle collocate in realtà socio-economico-culturali particolarmente difficili. Qualche dubbio, dopo i consensi iniziali, è sorto anche nel ministro Carrozza. Che, invitato al convegno, ha detto di non avere preconcetti sul modello. Decisivo, a tal proposito, potrebbe essere il giudizio del “popolo” derivante dalla Costituente della Scuola. Il responsabile del Miur ha poi aggiunto: “non mi interessa vincere o combattere sulla durata o sull’organizzazione dei cicli, la scuola deve tornare a essere uno strumento per far realizzare la persona. Dobbiamo reintrodurre il concetto di aspirazione e di libertà di realizzare l’aspirazione, anche – ha concluso il Ministro – con percorsi diversi per gli studenti perché sono persone diverse”.