Home Attualità Scuola povera e facile: l’ideale dei Governi italiani da 30 anni

Scuola povera e facile: l’ideale dei Governi italiani da 30 anni

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In Italia la spesa media per studente cala, mentre nei Paesi OCSE cresce. Eppure l’OCSE (organizzazione economica, non certo pedagogica), invita a bocciar meno, perché la bocciatura sarebbe inefficace e costosa (dato che aumenta il numero complessivo degli studenti).

Rispetto alla media europea, l’Italia spende per ogni allievo di Scuola Superiore quasi 1300 dollari in meno all’anno rispetto alla media europea, malgrado i bassi stipendi dei docenti. I quali, tuttavia — stando ai sostenitori dei tagli neoliberisti alla spesa pubblica — son sempre “troppi”: parola di Carlo Cottarelli (candidato del FMI alla Presidenza del Consiglio) nel suo saggio “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, secondo cui le nostrane “classi pollaio” sarebbero addirittura sottodimensionate rispetto a quelle dei «principali paesi avanzati» (a testimone di ciò, egli cita proprio l’OCSE).

 

Primo: promuovere tutti

Eppure avere 30 alunni in classe non aiuta certo i docenti a individualizzare l’insegnamento, specie se le classi sono afose da marzo a novembre. Ma i genitori non protestano mai per questo, quasi la cosa non li riguardasse. Fanno invece la fila dal Dirigente Scolastico per denigrare l’insegnante che “perseguita” la loro creatura.

Ministri e Governi cambiano, ma la musica, da 30 anni, è la stessa: la Scuola non deve dar “troppi compiti”, né “annoiare gli alunni”; deve invece accantonare l’insegnamento “frontale”, far uso massiccio di strumenti informatici, “arricchire l’offerta formativa” con progetti di ogni tipo. E, soprattutto, non deve bocciare. Nessuna circolare, nessuna legge lo dice in modo così esplicito, ovviamente: eppure gli insegnanti lo hanno capito benissimo. A dirlo senza dirlo è un intero Paese. Lo dicono le aggressioni fisiche ai docenti. Lo dice il garantismo (quello sì, sempre più esplicito) delle norme che limitano — fino ad annullarla — nelle Primarie e nelle Secondarie di Primo Grado la possibilità di “non ammettere” l’alunno alla classe successiva. Lo dice la concorrenza fra scuole-azienda per accaparrarsi iscritti. Lo dice il comportamento di alcuni Dirigenti (non di quelli più intelligenti ed etici, per fortuna) durante gli scrutini.

 

Se chi studia è “sfigato”

È un messaggio subliminale così forte, che i docenti l’hanno interiorizzato al punto da autocensurarsi, persino quando fermare un alunno sarebbe un atto di giustizia e di tutela della serietà dell’istituzione scolastica; mentre il promuoverlo diventa una pedagogia sociale negativa, che fa proseliti a bizzeffe tra i giovani fino all’Università (tanto che persino i docenti universitari se ne lamentano) e spinge i pochi ragazzi studiosi e seri a sentirsi degli “sfigati” di fronte al branco dei nullafacenti. Il moltiplicarsi di BES e DSA (specie a fine anno) è un’ulteriore scappatoia per chi desidera meno compiti e meno pressione dagli insegnanti.

 

Se la colpa è sempre del “prof”

Pochi genitori appoggiano i docenti nel loro lavoro. Pochi si peritano davvero di capire se l’insuccesso scolastico è dovuto a come i loro figli si comportano e a come prendono la Scuola: pochi si curano della loro condotta, delle loro assenze (spesso strategiche), di quanto disturbano la lezione, della loro perenne impreparazione, del loro non portar libri né materiali, dei loro ritardi cronici, della loro indolenza. La colpa è sempre del docente. Così, troppi allievi arrivano al diploma trascinandosi per anni, senza mai innamorarsi di un solo argomento di studio. E, pertanto, senza reali “competenze” per affrontare qualsiasi lavoro: predestinati a ingrossar le fila dei NEET. Con danni incalcolabili per l’intera società (colpevole di questa mancanza di serietà nell’affrontare il problema, e complice di tutti i Governi).

A fine obbligo scolastico gli alunni non hanno basi in lettura, matematica e scienze: lo dimostra l’indagine OCSE PISA 2015. Colpa dei docenti? Ma quanto si sentono liberi i docenti di insegnare e valutare come vorrebbero?

 

Il paradossale classismo della Scuola lassista

Il lassismo degli ultimi decenni ha fatto un danno ulteriore: ha confuso completamente le carte in tavola rispetto alle peculiarità dei vari indirizzi di Scuola Secondaria di Secondo Grado. Infatti, poiché dalla Scuola Media escono tutti promossi, i genitori tendono a iscrivere gli alunni più bravi nel Liceo Classico, quelli un po’ meno bravi nel Liceo Scientifico, quelli ancor meno portati per lo studio nel Liceo Linguistico, e così via fino agli Istituti Tecnici e ai Professionali.

Il risultato è una ghettizzazione degli studenti in istituti di “Serie A”, “B”, “C” e così via (indipendentemente dalle effettive attitudini dei giovani), secondo una gerarchizzazione che, ovviamente, è anche di classe. Si ha così una Scuola molto più classista di quella dei tempi di don Milani; una Scuola che non incide sull’ordine sociale, ma lo cristallizza definitivamente, danneggiando tutti.

 

Che fare?

È ancora possibile raddrizzare questa situazione: a patto di denunciarla con coraggio, rivelando la nudità del re senza temere l’etichetta di eretico. I cambiamenti nascono sempre dal coraggio di pochi, mai dalla codardia della maggioranza accodata al gregge.