Home Politica scolastica Bagni (Cidi): “Andare oltre la legge 107. Imporre didattica laboratoriale”

Bagni (Cidi): “Andare oltre la legge 107. Imporre didattica laboratoriale”

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A Giuseppe Bagni, presidente del CIDI (Centro iniziativa democratica insegnanti) e da qualche mese anche membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, abbiamo posto qualche domanda sulla complessa fase che sta attraversando in questo momento la scuola italiana.

 

Il dibattito sulla legge 107 sembra arrivato a un punto morto: da un lato il Governo non sembra disponibile a tornare indietro e dall’altro il mondo della scuola non ha intenzione di accettare quasi nulla della “riforma”. Secondo voi del Cidi c’è una via d’uscita?

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La via di uscita è adottare uno sguardo nuovo che vada oltre la scuola che abbiamo, oltre le pareti della legge 107, fino a immaginare la scuola che vogliamo. Non una mediazione, ma la scelta di spalancare le finestre che comunque si aprono. Se vogliamo una scuola dove l’apprendimento di ogni singolo allievo sia un successo personale in un’impresa collettiva dobbiamo ripartire dai nostri studenti, dal loro modo nuovo di apprendere, giocare, comunicare, pensare. Di fronte a nuovi studenti ci vogliono nuovi insegnanti, nuove modalità di insegnamento che diano senso al sapere mettendo in mostra il potere d’uso che mette nelle mani degli allievi. Bisogna imporre una didattica laboratoriale.

 

Qual è, nel merito dei contenuti della legge, la vostro critica maggiore?

 

Il conflitto è nato perché il mondo della scuola non ha accettato l’imposizione di un modello che accentra le responsabilità e sembra ignorare che la peculiarità dell’apprendimento scolastico è di essere il risultato dell’incontro di più soggetti, chiamati, quasi obbligati, a costruire un legame spesso difficile ma che si gioca su uno stesso piano sul quale ciascuno ha proprie responsabilità.

Qualcuno inizialmente ha pensato al solito atteggiamento corporativo di una categoria di privilegiati, ma la forza e l’estensione della protesta verso una legge che fondo non arrecava loro alcun danno economico, anzi, prometteva risorse e premi alla portata di tutti, ha fatto capire a tutti che in gioco c’era ben altro. C’era la difesa a tutti i costi dell’unico vero privilegio dei docenti: quello di fare un lavoro che si ama.

La legge 107 introduce nella comunità differenziazioni nuove, insensate ed inutili, tra gli “scelti” dal dirigente e gli assegnati d’ufficio; tra i premiati e non premiati in base a criteri che tanto più saranno giusti, ampi e complessi, tanto meno permetteranno scelte individuali certe e condivise. In ultimo, una separazione tra chi accetterà di mettersi in competizione e chi lo rifiuterà. Altro che fine delle ideologie.

 

Parliamo della valutazione delle scuole e dei docenti. Può darsi che la soluzione individuata nella legge non sia la migliore possibile. Ma in qualche modo bisognerà pur iniziare. O no?


Prima di iniziare un viaggio bisogna avere una idea precisa di dove vogliamo andare e del percorso per arrivarci. Per andare da Firenze a Milano è obbligatorio partire in qualche modo, in macchina o in treno oppure anche a piedi, ma se si sale sul treno per Napoli non ci si avvicina all’obiettivo.

Chiediamoci perché valutare gli insegnanti è necessario: per stabilirne il diverso valore, pagare meglio i meritevoli, affidare loro gli incarichi più importanti? Sembra una scelta logica e semplice, ma allora perché nessuno ha pensato di applicarla alla professione medica o alla magistratura? Non si sceglie il medico di famiglia in base alla percentuale delle guarigioni dei suoi pazienti e non è permesso recusare un giudice appellandosi alla sua scarsa competenza.

Nel caso di noi insegnanti ho come la sensazione che sia un continuo parlare di valutazione per non parlare di formazione, anche perché la prima può far risparmiare dando soldi solo ai meritevoli, la seconda riguarda tutti e quindi costa.

La valutazione degli insegnanti oggi è indispensabile non tanto per cercare gli insegnanti “migliori” quanto il miglioramento degli insegnanti. E sul miglioramento entrano in gioco le scuole, il loro diventare finalmente centri di ricerca e sperimentazione, e di conseguenza luogo di formazione permanente per tutti gli insegnanti. In questo nuovo scenario avrà senso assegnare diversi ruoli e riconoscere diverse responsabilità e livelli di autonomia nelle scelte, ma partire dalla valutazione dei singoli pensando che sia la molla per il miglioramento del sistema è illusorio. I buoni insegnanti fanno buona la scuola, ma una buona scuola fa crescere buoni insegnanti.

 

E, a proposito di valutazione, cosa ne pensate del fatto che le modifiche introdotte dal ministro Gelmini (abolizione dei “giudizi” e reintroduzione del voto numerico) siano state di fatto “digerite” dai docenti con una certa facilità?


Ne pensiamo male. Tanto male che siamo animatori insieme a molte altre associazioni della scuola della campagna “voti a perdere” lanciata dall’Mce, Movimento di Cooperazione Educativa, ma bisogna capire che la rassegnazione che ha aperto la strada al ritorno del voto decimale fin dalla prima elementare (un abominio) ha le radici nell’aver messo al centro della valutazione gli insegnanti invece che l’insegnamento. Una scuola che non ha strumenti seri di valutazione degli apprendimenti preferisce il voto al giudizio, per il semplice motivo che il voto maschera l’incapacità di descrivere l’apprendimento. I giudizi dettagliati di un apprendimento che non abbiamo strumenti per dettagliare sono stati sentiti come un’ipocrisia. La stessa cosa rischia di accadere oggi con la certificazione delle competenze: la didattica per competenze non è mai davvero diventata scuola reale; ma siccome le competenze vanno certificate, si prendono i voti e li si trasforma in livelli di competenza. Alla fine qualcuno si chiederà perché questa procedura che fa felici solo i fornitori di software scolastico, e allora troveremo il modo di affibbiare un voto decimale anche alle competenze.

 

Veniamo a uno dei vostri classici “cavalli di battaglia”: il curriculum 3-16 anni. E’ ancora un tema attuale ?

 

Il curricolo dai 3 ai 16 anni è attualissimo. Purtroppo non “buca lo schermo”, non si presta ad annunci epocali, ma è l’unico reale strumento che può ridurre le diseguaglianze del nostro sistema d’istruzione e sconfiggere la dispersione scolastica che ne è la piaga principale. Ogni intervento con tali fini che si concentri solo su un segmento del ciclo degli studi rappresenta uno sperpero di risorse. Faccio un solo esempio molto attuale: l’alternanza scuola lavoro. Viene proposta come rimedio all’alto tasso di disoccupazione giovanile e come lotta alla dispersione. Proposto così, come un’esperienza di primo contatto col mondo economico non avrà alcun effetto. fa passare l’idea che i giovani non trovino lavoro perché non lo conoscono mentre è vero il contrario, che è il mondo del lavoro che non riconosce nei giovani la sua principale fonte di innovazione.
Oggi la scuola deve connotarsi sempre di più come il luogo della riflessione sulla realtà, che viene smontata e analizzata dai diversi punti di vista disciplinari per scoprirne le logiche e le dinamiche che la governano. Una scuola dove non si chieda di imparare quello che si è dato da studiare, ma che permetta di studiare quello che si è imparato, anche altrove. 
Questa rivoluzione passa solo dalla rivoluzione del curricolo.