Home Personale Bambini maltrattati nelle scuole? D’Errico (Unicobas): “Forse nel privato”

Bambini maltrattati nelle scuole? D’Errico (Unicobas): “Forse nel privato”

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Sugli episodi di violenza che si stanno susseguendo nelle scuole a danno dei bambini e delle bambine parliamo con Stefano d’Errico, segretario nazionale Unicobas.

A leggere le cronache sembra di capire che ci sia un continuo e preoccupante aumento di episodi di maltrattamenti nei confronti degli alunni.
Gli insegnanti sono forse sempre più maneschi? Perché?

Il più delle volte, ad un’attenta rilettura, i dati di fatto dimostrano la tendenziosità della ‘notizia’: problemi negli asili nido comunali? Colpa delle ‘maestre’! Casi di maltrattamenti nelle scuole dell’Infanzia private? Colpa delle ‘mastre’! Pratiche inaccettabili in alcuni centri per anziani e per diversamente abili? Colpa delle ‘maestre’! Ogni volta che vengono fatte girare queste notizie, gli autori si guardano bene dal ricordare che gli addetti di quei servizi non ricoprono ruoli statali, sono stati assunti da strutture per l’accesso alle quali non è richiesta la laurea (come invece per la scuola pubblica di ogni ordine e grado), e neppure le conoscenze del vecchio Istituto Magistrale. Se l’informazione fosse completa e non tendenziosa, sarebbe del tutto evidente che nella maggior parte dei casi, semplicemente non si può proprio parlare di ‘maestre’…

In mezzo alla notizia

Cioè ci sarebbe quasi un disegno per screditare la scuola pubblica e per modificare la stessa struttura del rapporto educativo?

E’ più che un dubbio.
Questa offensiva, fatta di vere e proprie fake-news, non a caso, è condotta contro la scuola di base. Questa rappresenta il primo, spesso determinante ‘step’ nella scelta fra sistema pubblico e privato. La scuola primaria, ‘maestra’ nel sempre tanto avversato tempo pieno, col suo alto livello inclusivo e professionale, nonché la sua specificità didattica multietnica e dell’integrazione dei diversamente abili, è quella che più disturba le velleità concorrenziali, ovvero la cosiddetta ‘sussidiarietà’ che pompa soldi pubblici nelle scuole-azienda, di tendenza e confessionali.

Per eliminare il fenomeno si sta comunque pensando alle telecamere nelle aule

Sì questa è l’ultima trovata per cercare di spezzare il fondamentale vincolo di fiducia fra scuola e società civile (che è alla base del famoso ‘patto educativo’); il disegno di legge sulle telecamere intende usare come primo ‘passaggio’ l’invasione di campo negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia, senza però coinvolgere quelle strutture private che sono proprio all’origine dei fenomeni vergognosi registrati dalle cronache.
Come sostiene il pedagogista Daniele Novara, chi sostiene l’imposizione delle telecamere mira a far fare al Paese ulteriori passi verso una scuola sempre più digitale, in combutta con le lobbies dei produttori degli strumenti digitali e della sub-cultura delle competenze: quelli che pensano che un tablet possa in buona misura sostituire un docente.

E’ vero, ma il digitale, ormai è nello stato delle cose

Certo, ma perché non si pensa invece a rendere obbligatorio l’ultimo anno di scuola dell’infanzia, imponendo così allo Stato di far fronte al vuoto pauroso di strutture, nonché di riconvertire i servizi comunali secondo i ben più alti standard previsti nello stato? Nessuno ricorda mai che gli anni da zero a sei, sono fondamentali nello sviluppo della persona, più ancora di quelli successivi: eppure in questo segmento si interviene in modo frammentato, spesso deprofessionalizzato e lo si tratta come ‘servizio’ semplicemente custodialistico.

Tutto questo ha anche conseguenze all’interno della categoria

Certamente, una prima conseguenza  è il divide et impera che si crea fra docenti della Secondaria e della Primaria.
In alcuni casi, per esempio, abbiamo persino assistito ad una sorta di levata di scudi, non già contro l’elezione di quei ‘comitati di valutazione’ che la L. 107/2015 ha cercato di introdurre in tutte le scuole per realizzare ‘l’operazione demerito’ incentrata sullo strapotere del dirigente, bensì contro la presenza di insegnanti di scuola primaria e dell’infanzia negli istituti che comprendono anche le ‘medie’.
Se ci fermiamo alla mera ‘qualifica’, la ‘guerra’ alle ‘maestre’ è assolutamente impropria, visto che l’ordine e grado di istruzione qualitativamente migliore in Italia (e lo sanno tutti) è, ed è sempre stato, la scuola primaria. Al primo posto nel pianeta sino al 1990 secondo l’Ocse, scesa attualmente al sesto, ma a causa degli interventi distruttivi operati inizialmente con l’introduzione di criteri adultistici con i moduli “4 insegnanti su 3 classi” fino all’insegnante prevalente della Gelmini e ai docenti  ‘a scavalco’ fra cicli diversi della legge 107.

Come si dovrebbe intervenire su questo fenomeno?

Per esempio dando applicazione ad una vecchia norma già contenuta del decreto 81 sulla sicurezza: intervenire sul fenomeno del burnout dei docenti, mediante apposite rilevazioni e corsi di formazione; operazioni previste dalla legge ma non adeguatamente finanziate.

Basterebbe questo?

Certamente no, perchè il nodo principale è quello della formazione iniziale e del reclutamento.  Chi si occupa davvero di scuola (e non solo l’Unicobas) è da sempre per lauree direttamente abilitanti, con un biennio obbligatoriamente ad indirizzo metodologico-didattico, almeno un anno di tirocinio tutorato in sede universitaria, tesi ad indirizzo metodologico-didattico ed esami di psicologia dell’età evolutiva, e per assunzioni direttamente dalle graduatorie di merito universitarie ed un anno di prova tutorato direttamente nella scuola ove si viene assunti. E’ evidente che ha molto più senso una ‘valutazione’ ab origine che dopo l’assunzione (quando eventuali danni sono già stati prodotti).  Senza dimenticare però che tutto questa necessita di un intreccio con i diritti acquisiti dagli attuali precari e quindi deve essere preceduto da assunzioni tramite un canale di reclutamento ove contino le abilitazioni già conseguite, nonché il servizio, e che dia la possibilità di abilitarsi a quanti non abbiano potuto farlo a causa dell’assenza di concorsi specifici.