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C’erano una volta… gli esami di maturità

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Non sembra dunque inutile ripercorrerne brevemente le tappe. Che sono le tappe, ahinoi, di una deriva buonista che alleggerisce, visto il mutare dei tempi, il suo valore originario, ormai inattuale e desueto. Ma soprattutto ci renderemo conto di come si siano alternati commissari interni ed esterni variamente modulati nella commissione, in svariati tentativi di dare serietà a un esame ormai quasi centenario.
 
L’esame di stato nasce con la riforma Gentile nel 1923, come naturale sbocco di una scuola selettiva, il cui obiettivo finale era la verifica conclusiva degli esami.
 
La valutazione finale era un giudizio di maturità, ossia sulla complessiva maturità critica dell’allievo, riconosciuta globalmente. La commissione d’esame era, notiamo bene, tutta di esterni, nominati dal ministro (3 fra professori e presidi di scuole di secondo grado, 1 professore universitario, 1 insegnante di scuola privata o persona esterna all’insegnamento), e le sedi predefinite in tutta Italia (40 per la maturità classica, 20 per quella scientifica e 19 per l’abilitazione magistrale).
 
L’obiettivo era chiaro: selezionare in modo rigoroso la futura classe dirigente: basti pensare che alla prima sessione più del 75% dei candidati furono bocciati.
 
Poi in pieno conflitto mondiale, Bottai ribaltò l’impostazione gentiliana, sancì il principio dei “giudici naturali”, stabilendo commissioni con i professori dei candidati e con i soli presidente (un universitario) e vice presidente (un preside) esterni di nomina ministeriale; ed estese il diritto ad essere sede di esame anche alle scuole legalmente riconosciute. (Legge 19 gennaio 1942, n.86).
 
Dopo la Liberazione, malgrado la presunta severità fascista, fu diffusa convinzione che contro il malcostume e le facilitazioni scolastiche dell’ultimo fascismo occorresse ridare serietà alla scuola mediante il ripristino di esami “seri”, di cui è testimonianza il fermo e solenne proposito contenuto nel quinto comma dell’art. 33 della Costituzione: “E’ prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”.
Ma giunse il tempo della scuola di massa. E degli esami più facili.
 
In pieno clima di contestazione studentesca, il Decreto legge 15 febbraio 1969, riordinò, e il bello è che si parlava di  “via sperimentale” durata poi ben 30 anni,  gli esami di stato. Vennero soppressi gli esami di riparazione per la maturità, le materie furono ridotte al minimo (due prove scritte e due orali scelte dal candidato), fu introdotto il criterio dell’opzione sia per lo scritto (4 titoli per la prima prova), sia per l’orale, ma fu mantenuta la commissione esterna con un rappresentante di classe.
 
 
E a questo punto le promozioni schizzarono alle stelle, come ci indica la seguente tabella.
 
 
PRIMA E DOPO LA RIFORMA ‘69 Anno scolastico Candidati Popolazione scolastica N.
Maturi
%
Maturi
Prima 1951-52 9.621 30.340 6.817 71,6 %
Prima 1960-61 11.597 52.994 8.274 72,6 %
Dopo 1970-71 34.486 236.361 31.253 90,6 %
Dopo 1975-76 62.834 333.852 58.561 93,2 %
Dopo 1979-80 66.313 329.491 62.069 93,6 %
Dopo 1980-81 62.528 323.000 61.924 94,5 %
Fonte Istat 1982

 

E poi, dopo trent’anni, fu al volta del ministro Berlinguer che, come sempre,  decise di rinnovare l’esame di maturità, prima di riformare la scuola secondaria superiore, con l’intenzione di introdurre maggiore “serietà”. Con la legge 425/1997 furono stabilite 3 prove scritte e colloqui su tutte le discipline.

Bene, pensarono in molti. E invece non fu così. Niente scrutinio di ammissione, niente terza prova nazionale, ma affidata ai commissari interni,  criteri di calcolo del credito scolastico, chiaramente congegnati per arrivare abbastanza facilmente al massimo dei voti. inserimento di un bonus per aumentare  il numero dei 100, una folle prova orale su otto-dieci materie, corredata dalla fantomatica tesina. Infine la legge modificò infine le commissioni d’esame, che divennero miste, metà interni e metà esterni con presidente esterno (max 4+4 e un presidente esterno ogni 2 commissioni).

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Risultato: continuò a salire il numero dei promossi,  superando il 95%, e anche più, tenendo conto dell’ammissione automatica.

 

E siamo al 2002, dove accade una cosa molto simile a quella che sta accadendo adesso. Altro che serietà e rigore, altro che selettività. L’importante è risparmiare. La finanziaria 2002 trasforma la commissione da mista a tutta interna con il solo presidente esterno. Non fu apportato nessun altro cambiamento, nemmeno agli elementi negativi sopramenzionati e già evidenziati. I risultati degli esami rimasero, e sono rimasti, sostanzialmente immutati, come si evince dalla tabella sottoriportata.

Con una aggravante: il mix fra diritti delle scuole paritarie, acquisiti con la L.62/2000, e commissione tutta interna ha ampliato a dismisura la piaga italica dei “diplomifici”. Il numero di privatisti che ottiene il diploma iscrivendosi per l’esame nelle scuole paritarie è passato da 198 nel 2000 a 15.167 nel 2004 (7500%), con un mare di massime votazioni contrapposte a quelle dei poveri alunni della scuola statale.

 

Nella famosa legge Delega 53/03, viene introdotta una consistente novità, di cui ancora oggi si attende l’attuazione: la combinazione di prove interne, gestite dalla commissione d’esame, e di prove esterne, gestite dall’INValSI.

L’art.3 comma 1c) recita: “l’esame di Stato conclusivo dei cicli di istruzione considera e valuta le competenze acquisite dagli studenti nel corso e al termine del ciclo e si svolge su prove organizzate dalle commissioni d’esame e su prove predisposte e gestite dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione, sulla base degli obiettivi specifici di apprendimento del corso ed in relazione alle discipline di insegnamento dell’ultimo anno.”

 

Ma durò poco anche questa soluzione. nel 2006, con Fioroni, c’è un ritorno alle Commissioni miste, commissari interni ed esterni.

 

Una riforma che “restituisce alla scuola un esame di Stato credibile di fronte all’Università e al mondo del lavoro”., la definì l’allora ministro, con l’ammissione all’esame per gli studenti che avranno superato lo scrutinio finale e saldato i debiti formativi contratti negli anni scolastici precedenti, la modifica dei punteggi di valutazione finale, con il credito scolastico che passa da 20 a 25 punti e il colloquio che scende da 35 a 30 punti. E infine il ripristino delle commissioni d’esame miste, composte per metà da commissari interni e per metà esterni, oltre al Presidente esterno al quale potranno essere affidate non più di due classi.  

 

Le ultime novità le porta, nel 2010, Mariastella Gelmini: per essere ammessi all’Esame di Stato, bisogna avere la sufficienza in tutte le materie, cioè non basta più la media di 6. Inoltre, per i privatisti, è previsto un esame di ammissione all’Esame di Stato.

 

E infine siamo qui: già da giugno 2015 i membri esterni, i prof spauracchio  per garantire l’imparzialità della prova, saranno aboliti. Le commissioni saranno composte solo dal presidente e da tutti e sei i commissari interni, cioè tutti i docenti che conoscono bene gli studenti . Per motivi economici, mica per altro.

La storia dell’esame di stato: storia di una impossibile ricerca della serietà. O meglio storia di un progressivo annullamento delle sue finalità selettive, fino ad arrivare, nel 2015,  a un mondo sans souci. Meglio così?